IL RISORGIMENTO TRA PASSATO PRESENTE E FUTURO

     Garibaldi nel 1860

     Celebrare il nostro Risorgimento ci sembra, principalmente, un obbligo doveroso verso noi stessi, perché i concetti di Patria e di Unità sono valori universali e perenni di tutti i popoli, che vanno sempre tenuti presenti, a maggior ragione se si privilegia ciò che ci unisce. E’ con questo spirito che occorre partecipare ai festeggiamenti del 150° dell’Unità d’Italia, sensibilizzando tutti, soprattutto i giovani, in grado più degli altri di raccoglierne il retaggio. Riflettere sul vero significato dell’Unità d’Italia è stato il fermo proposito del Lions Club Agrigento Host, che ha dedicato un’intera serata per dibatterne i temi con la partecipazione akllargata al mondo scolastico (Liceo-Ginnasio Empedocle e Istituto Tecnico Commerciale Leonardo Sciascia di Agrigento).
      Ha presieduto i lavori il Presidente del club, dott. Antonio Garufo,  mentre il Prof. Calogero Sciortino, docente di Storia e Filosofia e vicepresidente del club, ha introdotto i lavori con il tema “Risorgimento tra passato presente e futuro”.
      Sono seguite le relazioni:
1860-2010: Federalismo ed Unitarismo” Prof.ssa Gabriella Portalone, docente di Storia Contemporanea – Università di Palermo;
“La Costituzione: testimonianza dell’Unità d’Italia” Prof. Avv. Gianfranco Amenta, Docente di Istituzioni di Diritto Privato Università di Palermo.
Ha concluso i lavori il Past President Consiglio dei Governatori dei Lions MD 108 Italy, Avv. Salvatore Giacona. Riportiamo di seguito l’introduzione del Prof. Calogero Sciortino.
Le relazioni sono state inframmezzate da letture, inni patriottici e audiovisivi a cura degli studenti delle scuole presenti.

 
 

IL RISORGIMENTO TRA PASSATO PRESENTE E FUTURO
 

C’è un filo rosso che raccorda passato, presente e futuro; ed è questa la ragione per la quale studiamo la storia e celebriamo le ricorrenze. La storia, infatti, è conoscenza del passato finalizzata alla comprensione del presente che è la condizione necessaria per orientare il futuro. Ciò vale sia per la storia della vicenda personale di ciascuno di noi, sia per la storia delle vicende delle comunità sociali e politiche.
Per questa ragione celebriamo la 150esima ricorrenza dell’unità d’Italia.
L’Italia come stato è giovane perché è nata appena 150 anni fa e precisamente il 17 marzo del 1861 con la conclusione di un processo che chiamiamo Risorgimento. Come nazione, cioè come coscienza di una identità linguistica e culturale, sebbene nell’ambito di una ristretta cerchia di intellettuali, la sua nascita rimanda al Medio Evo cioè a quando si è andato affermando il volgare fiorentino come lingua letteraria con Dante, Petrarca e Boccaccio e a quando si è andata affermando nel mondo la specificità della cultura e dell’arte italiane con Cimabue, Giotto, Piero della Francesca e poi con Brunelleschi, Leonardo, Michelangelo, Leon Battista Alberti, Raffaello, Galilei, Alfieri e mille altri.
   Alla nazione italiana non corrispondeva ancora lo stato italiano, come avveniva in Francia, in Inghilterra, in Spagna; ciò fino al 1861. Ora celebriamo l’evento dell’unificazione politica per tornare a riflettere sul ritardo con cui è nato il nostro Stato, su come è nato, per analizzare le cause prossime e remote dei suoi problemi attuali e per tentare di approntare un futuro migliore rispetto al nostro presente, che non si presenta in termini molto confortanti.

 

L’UNITA’ D’ITALIA

 

Ma neppure l’unità politica della Penisola è una novità assoluta; sebbene in vesti diverse rispetto a quelle della contemporaneità, una qualche unità politica della Penisola era stata creata attorno a Roma nel mondo antico: con la guerra sociale all’inizio del I sec A. C. la cittadinanza romana era stata concessa ai federati di Roma (lex Plautia Papiria e Lex Iulia) e in età augustea era molto chiara la distinzione tra l’Italia, il cui territorio era considerato metropolitano, e le province che costituivano il resto dell’Impero.
La definitiva frattura si ebbe poi nel sesto secolo D. C.  con l’invasione dei Longobardi.  
Con il Risorgimento si ri-costituisce, dopo 1500 anni circa, quella unità politica, che la presenza dello Stato Pontificio, al centro della penisola, e altri fattori, come la presenza straniera sia nel M. E. che nel corso dell’età moderna, avevano impedito che si realizzasse
Ancora attorno alla metà dell’’800 in Italia, non solo c’erano ben otto stati sovrani, ma restava quella egemonia austriaca che ne impediva sia la unificazione o la nascita di una federazione, sia la costituzione di una lega doganale del tipo della Zollverein tedesca.
Sopravvivevano, ad eccezione del regno di Sardegna, che a partire del ‘48 aveva avuto una svolta costituzionale rimasta permanente, le vecchie monarchie assolute, essendo state ritirate a Napoli, a Roma e a Firenze, dopo la prima guerra d’indipendenza, le costituzioni ottriate che i rispettivi sovrani avevano pur concesso mesi prima. È stato il decennio successivo tra il 1849 e il 1859 – 60 che ha visto la realizzazione di quella sorta di miracolo che fu l’unificazione nazionale.   

 

IL RISORGIMENTO

                                     

ll Risorgimento è stato un processo fatto di cospirazioni, rivoluzioni, progetti politico-ideologici, guerre, attività diplomatiche e politiche internazionali molto complesse, spesso divergenti e coronate da successo anche a causa di delicati equilibri internazionali
Il processo ebbe lieto fine a causa del lavoro e dell’impegno di alcune personalità di grande spessore, che pur agendo separatamente, spesso in concorrenza tra loro e con progetti inconciliabili, finirono, con una specie di eterogenesi dei fini, con l’avere un ruolo complementare, reciprocamente integrativo  e, in ogni caso, determinante.
Ci riferiamo al lavoro  pedagogico e cospiratorio di Giuseppe Mazzini, che riuscì a far nascere l’Italia nella coscienza di tanti giovani intellettuali, anche se non delle masse, ed elaborò un progetto ideologico-politico con una chiarezza sconosciuta fin qui alle rivoluzioni carbonare del 20-21 e del ‘31: Italia unita dalle Alpi alla Sicilia, democratica, repubblicana, laica e con Roma capitale; l’Italia sarebbe nata politicamente solo a condizione che essa nascesse prima nelle coscienze e che la conquista dell’unità e della libertà prima che come diritto fosse avvertita come dovere;
Ci riferiamo al pensiero politico e alla produzione letteraria di un gruppo di intellettuali cattolici moderati come R. Lambruschini, V. Gioberti, C. Balbo, A. Manzoni, N.Tommaseo, ecc., che riuscirono a convincersi che, nonostante la posizione antiliberale e antinazionale della gerarchia cattolica, era possibile coniugare insieme la libertà, la patria e la fede;
ci riferiamo alla geniale e insonne attività diplomatica di Cavour che riuscì a far diventare europeo il problema italiano e ad inserire il suo piccolo regno di Sardegna nel contesto politico delle grandi potenze.
Il padre di Pirandello, garibaldino Ci riferiamo, infine, all’eroico, disinteressato e determinante azionismo di G. Garibaldi e alla sua spedizione dei Mille.
A tutto questo bisogna aggiungere la complessa, fortunata e contingente situazione internazionale che vide Francia e Inghilterra, seppure per motivi opposti, favorire, la prima con le armi e la seconda con la diplomazia, la causa italiana.
  Circa l’esito finale più che di processo di unificazione sarebbe meglio parlare di un processo di piemontizzazione, come si evince facilmente dalla analisi della legge 17 – marzo – 1861 e come si evince dal fatto che successivamente il sistema giuridico amministrativo e fiscale piemontese fu esteso a tutta la Penisola
  La conquistata unità, se per un verso fu il traguardo tanto auspicato di un processo glorioso, per l’altro verso fu il punto di partenza di un processo sicuramente meno entusiasmante e meno glorioso, perché dopo la poesia viene la prosa, ma non meno decisivo per le sorti del Paese: fatta l’Italia occorreva non solo fare gli italiani, come afferma una notissima espressione attribuita a Massimo d’Azeglio, e già questo era un enorme problema, ma occorreva salvare il neonato stato dal disastro incombente affrontando problemi tutti di immane portata. 

 

L’ITALIA POST RISORGIMENTALE

 

  Prima di accennare ai problemi dell’Italia del periodo immediatamente post        risorgimentale, è necessario ribadire i caratteri del Risorgimento: esso fu una rivoluzione moderata, perché liberale ma non democratica, elitaria perché non coinvolse le masse se non in brevi momenti, come le cinque giornate di Milano (1848) e la guerra garibaldina e antiborbonica nel mezzogiorno (1860), ma con il miraggio della promessa riforma agraria, promessa mai mantenuta.
 L’esito conclusivo del processo risorgimentale ha registrato la sconfitta di uno dei principali suoi artefici: G. Mazzini. Anche se l’Italia era ora unita dalle Alpi alla Sicilia e con Roma capitale (a partire dal ‘70), come egli la voleva, essa non era né democratica, né repubblicana secondo il programma della Giovine Italia, ma fortemente elitaria nel suffragio elettorale e monarchica.
 L’Italia appena nata è un paese povero, arretrato, non al passo con le potenze occidentali già fortemente industrializzate, caratterizzata da una economia quasi esclusivamente rurale, legata, soprattutto nel mezzogiorno al latifondo e a tecniche di coltivazione paurosamente arretrate, anche perché mancavano i capitali per realizzare bonifiche agrarie e coltura intensiva. Solo nel nord del Paese erano più diffuse la piccola proprietà e le colture intensive e specialistiche rese possibili da precedenti bonifiche operate dal buon governo austriaco in Lombardia e dalla creazione di infrastrutture rurali (si pensi alle risaie del vercellese create da Cavour nel cosiddetto decennio di preparazione). Emergevano sin da subito due Italie dal profilo economico, sociale e culturale profondamente diverso. Ma c’erano, come dicevamo, mille problemi la cui soluzione era urgente. Ecco i più importanti:
·        Dicotomia tra paese reale e paese legale;
·        Assetto istituzionale e necessità di scegliere tra accentramento e decentramento;
·        La mancata congiunzione del Veneto e di Roma in un contesto di isolamento internazionale del neonato Stato;
·        Un Paese da unificare sul piano linguistico e culturale, sul piano delle unità di pesi, di misure e di moneta;
·        Assoluta inadeguatezza o addirittura assenza di infrastrutture necessarie ad un paese civile quali strade, ferrovie, ospedali, scuole;
·        Analfabetismo di massa;
·        Disavanzo (mezzo miliardo) e debito pubblico;
·        Iniquità del sistema fiscale insostenibile per la parte più povera del Paese;
·        Brigantaggio e questione meridionale.
 

L’ITALIA OGGI E AL FUTURO
 

Come si vede, i problemi erano tanti e tali che molti osservatori internazionali consideravano a rischio l’unità del neonato Paese. Fu un grande merito della Destra Storica, da subito orfana di Cavour, avere salvato l’unità appena conquistata con scelte spesso dolorose, impopolari, ma, a giudizio dei governanti di allora, necessarie.
Dei problemi a cui abbiamo accennato alcuni furono risolti adeguatamente, ma con costi umani paurosi, altri furono risolti in modo inadeguato, altri non furono risolti affatto, tanto che attendono ancora una soluzione. Si pensi, ad esempio, alla sempre più drammatica questione meridionale.
Ma in 150 anni il Paese di strada ne ha fatto. Esso ha avuto le sue involuzioni e le sue crisi istituzionali: si pensi, per esempio, all’ultimo decennio dell’800, cioè alla repressione dei fasci dei lavoratori in Sicilia, e al torbido fine secolo con i morti di Milano del 1898, si pensi al tentativo, fortunatamente fallito, di annullare con le cosiddette leggi liberticide del Pelloux le poche garanzie di libertà che lo Statuto Albertino concedeva; il nuovo secolo poi si apriva con i peggiori auspici cioè con l’assassinio del Re Umberto I a Monza e, dopo la parentesi giolittiana, caratterizzata da luci e ombre,  c’è un altro torbido momento che ha preceduto l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 che culmina nel cosiddetto Maggio radioso, periodo che si concluse con l’entrata dell’Italia in guerra contro la volontà della maggioranza del Paese; si pensi al milione di vittime della Guerra e della spagnola successiva, si pensi al torbido dopoguerra che aprì la strada al tragico ventennio fascista. Si pensi ancora alla immane catastrofe della seconda guerra mondiale e alle piaghe spirituali e materiali che generò nel paese e nel suo tessuto sociale.
A questi eventi cronologicamente determinati, tutti negativi, si deve aggiungere un fenomeno che ha attraversato tutta la storia post unitaria del Paese: ci riferiamo alla emigrazione di massa, specialmente nel mezzogiorno del Paese: verso l’estero e alla emigrazione interna. Si tratta di un fenomeno di dimensioni gigantesche: non meno di venti milioni di Italiani del mezzogiorno hanno dovuto lasciare la loro terra, la loro casa, la loro famiglia e i loro affetti, hanno dovuto, provvisoriamente o definitivamente, tagliare le radici che legano ciascuno al proprio mondo. Venti milioni: non è solo una cifra matematica, perché si tratta di venti milioni di esistenze che hanno coinvolto tante altre esistenze: tante madri, tante mogli, tanti figli sono stati private della presenza del figlio, del marito, del padre con tutte le lacerazioni conseguenti. Eppure, ecco il rovescio della medaglia, l’emigrazione ha generato ricchezza e benessere nel Paese: sono state le rimesse degli emigrati dall’estero che hanno messo a disposizione delle banche, e quindi degli investimenti, i capitali che hanno reso possibile il decollo industriale in età giolittiana; è stata l’emigrazione dal Sud al Nord che ha reso possibile il boom industriale nel secondo dopoguerra.        
Nonostante i disastri, nonostante i problemi non risolti, non sono mancati i fenomeni e gli eventi che evidenziano nel Paese la presenza di risorse morali, culturali e materiali che per un verso giustificano un certo orgoglio di appartenenza e per l’altro verso inducono alla speranza anche per il futuro.
L’Italia ha vissuto la gloriosa esperienza di un secondo risorgimento con l’antifascismo clandestino, con la Resistenza, che a differenza del primo risorgimento fu un fenomeno di massa, con la Liberazione, con la nascita della Repubblica, con la elaborazione e promulgazione di una Costituzione democratica, elaborata dai rappresentanti eletti dal popolo sovrano, che scelse la Repubblica tramite quel Referendum, che Mazzini, il grande eroe sconfitto del primo risorgimento, aveva invano auspicato.
In quella circostanza il popolo italiano, in nome di valori condivisi di natura interculturale, interideologica, interreligiosa, seppe superare tutte le divisioni, che pur esistevano ed è bene che esistano ancora, per edificare sulla base di questi valori condivisi e solennemente entrati nella Costituzione per costituire l’anima dei  principi fondamentali, una comunità nazionale di cittadini liberi, consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri, consapevoli anche della loro identità europea e aperti alla solidarietà e alla collaborazione con la comunità mondiale.
Oggi stiamo vivendo un momento poco felice della nostra storia; la cosiddetta prima repubblica è morta e la seconda non riesce a nascere; la recessione economica, lo spettro della povertà che si allunga anche su una parte del tradizionale ceto medio, il settarismo degli schieramenti politici, i conflitti istituzionali, gli egoismi regionalistici, il divario tra nord e sud sono gli ingredienti più vistosi di questa crisi.
Ne usciremo solo se con consapevolezza storica e politica riscopriremo e rivivremo, con civica passione, i valori che hanno aiutato i nostri padri a superare i momenti bui del passato, a porre in essere un primo e un secondo risorgimento; solo così potremmo crearne un terzo, cioè un futuro con un cielo terso e sgombro di quelle nubi che rendono minaccioso il nostro cielo di oggi.
Forse, in questa direzione può essere una opportunità la celebrazione del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, come occasione per riflettere: torniamo al passato per attingere le energie atte a  venire fuori dalla crisi attuale e a creare un futuro più sereno per il nostro Paese.

Prof. Calogero Sciortino

 
 
 
 
 

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