Tag

, , , ,

UOVA DI PASQUA

Giuseppe Forte, Resurrezione Comu rè già triunfanti
scarzarau li Patri Santi
O gran Virgini Maria
mi rrallegru assai cu tia
(Rosario siciliano, manoscritto inizio XX secolo)

Il guscio dell’uovo che si rompe, rappresentando la nascita di un essere vivente, è da sempre per il cristianesimo il simbolo della resurrezione, dell’uscita di Cristo vivo dal sepolcro per portare il suo messaggio di vita e di pace

BUONA PASQUA 2011Dall'uovo di Pasqua

Dall'uovo di Pasqua
è uscito un pulcino
di gesso arancione
col becco turchino.
Ha detto: "Vado,
mi metto in viaggio
e porto a tutti
un grande messaggio".
E volteggiando
di qua e di là
attraversando
paesi e città
ha scritto sui muri,
nel cielo e per terra:
"Viva la pace,
abbasso la guerra".

Gianni Rodari

 

PasquaAssociati alle uova ci sono narrazioni sacre non casuali. Si racconta, infatti, che la Madonna facesse giocare Gesù Bambino con delle uova colorate e che il giorno di Pasqua, tornata sul sepolcro del figlio, avesse trovato alcune uova rosse sul ciglio. Si narra ancora che Maria Maddalena si sia presentata davanti all'imperatore Tiberio per regalargli un uovo dal guscio rosso, a testimonianza della Resurrezione di Gesù. Pare pure che Maria, madre del Cristo, portasse in omaggio a Ponzio Pilato un cesto dorato pieno di uova, per implorare la liberazione del figlio.
Ecco perché perdura un attaccamento straordinario al dolce della tradizione pasquale, che è simbolo per antonomasia della stessa festività della Pasqua. L’uovo di cioccolato è piuttosto recente rispetto al dono di uova vere, decorate o dorate, che rientrano in un rito assai antico.
 

 

PasquaLe sei uova di Pasqua
(Racconto di Fabio Tombari)

Sotto la Settimana Santa, un tale era tanto povero che non aveva nemmeno un po' di uova da far benedire. Va da un usuraio suo vicino e gli dice pressappoco così: “Ho da andare in America a lavorare, ma intanto vorrei festeggiare la Pasqua anch'io con i miei. Avreste sei uova da prestarmi, che ve ne dò altrettante e più al mio ritorno?”
E quello va a prendere sei uova sode, calde calde, dal tegame e gliele dà cotte e tutto. Ringraziamenti, benedizoni: poi va in America e dopo quatr'anni ritorna, non ricco ma benestante. Va dall'usuraio:
“Ecco dodici uova in cambio delle sei che mi avete prestato.”
Dodici uova sole? A lui, a un usuraio, a un farabutto simile? Mi meraviglio!
Prende e lo cita in tribunale, per danni, truffa e mancamento di parola..
Con quelle sei uova prestate, avrebbe potuto fare non so quante galline e uova e pulcini e altre uova: insomma, mille non bastavano.
Voleva portargli via il pollaio, l'orto, la casa; mandarlo in prigione con tutta la famiglia. E quell'altro, poveretto, non sapeva cosa fare.
Camminava, mogio mogio, tutto in pensieri.
Lo  incontra un amico, un certo Edoardo Giansanti, poeta dialettale .pesarese, detto Pasqualon, un amico sul serio.
“Che succede?”
“Domani – gli disse – devo presentarmi in causa.”
E gli raccontò delle sei uova: come le aveva avute, come è tornato, e l'offerta fatta, e la pretesa dell'altro, la denuncia, ecc. ecc.
“Ti d'ifenderò io!” fa Pasqualon.
“A che ora è la causa?”
“Alle nove.”
“Aspettami nell'aula e ti verrò a difendere.”
Viene il giorno dopo, arrivano le nove tutti aspettano e Pasqualon non si vede.
Anche il giudice si impazientiva.
“Così fa questo vostro avvocato che non viene?”
L'altro, l'usuraio, godeva del proprio veleno. Arrivano le nove e un quarto, e niente; le nove e mezzo, e niente…
Finalmente eccoti Pasqualon di corsa, mettendosi la giacca, spolverandosi i calzoni.
“Scusatemi, Signor giudice, scusatemi se ho fatto tardi e ho fatto tardi, ma ho dovuto cuocere la fava perché domani devo seminare.”
“Come! “ tutti in una gran risata. “E vorreste seminar la fava cotta!  Ma questa è grossa: e come volete che i semi possano germogliare una volta bolliti?”
“Eh, lo so anch'io, signor giudice!” rispose Pasqualon  “Ma nemmeno dalle sei uova sode sarebbero nati i pulcini.”
E il giusto trionfò anche stavolta fra le risate di tutti.

 
 

PasquaRicordi di Pasqua
(Racconto di Ubaldo Riccobono)    

Il Sabato Santo, s’andava  al forno per tempo a prenotare i cestini con l’uovo e verso sera si tornava a ritirarli, odorosi e fragranti dell’ultima sfornata. Noi bambini dovevamo aspettare la mezzanotte, se volevamo mangiarli; ma non resistevamo quasi mai fino a quell’ora.
L’indomani, giorno di Pasqua, ci svegliavano le campane a distesa: il suono ci veniva simultaneamente dalla Cattedrale, dalla Badiola, da San Michele, e dal campanone della vicina San Girolamo.
Appena alzati dal letto, a piedi nudi andavamo in cucina a prendere i cestini con l’uovo: erano la nostra colazione di Pasqua, che consumavamo facendoci la croce ripetutamente, con gesti contriti. Poi, aprivamo la persiana e dalla finestra indugiavamo ad osservare il passaggio della gente vestita a festa.
Di ritorno dalla messa, muniti di un bastone, com’era l’usanza, seguivamo i grandi che si mettevano a percuotere le porte delle case, dicendo:
“Nesci u diavulu e trasi Maria (esce il Diavolo e entra Maria)!”
Altri fedeli aggiungevano:”Nesci fora, tentazioni, e trasissi Nostru Signuri!” (esci fuori tentazione e entri dentro Nostro Signore).
Ma non mancavano quei quattro gatti di facinorosi che andavano a sfondare, con questa scusa, le porte delle botteghe: c’era a volte un fuggi fuggi generale per l’intervento della polizia.
Ma la cosa più bella era la placida passeggiata lungo il Viale della Vittoria, dove tutti si scambiavano auguri festosi, facendo capannelli davanti ai caffè.
A pranzo sedevamo composti e ordinati, in attesa del regalo finale. Tra agnellini pasquali di pasta reale e le classiche cassate siciliane, adorne di frutta candita, facevano dunque  la loro comparsa le uova di cioccolato. E, nell’aprirle, restavamo a bocca aperta per le belle sorprese che vi trovavamo dentro. Però, per tutti il ricordo più vero restavano i cestini di pane con al centro l’uovo sodo. Era quello che ci aveva fatto capire il significato autentico della sacralità della festa, contro le false chimere del consumismo.

Advertisements