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IL RISORGIMENTO TRA PASSATO PRESENTE E FUTURO

     Garibaldi nel 1860

     Celebrare il nostro Risorgimento ci sembra, principalmente, un obbligo doveroso verso noi stessi, perché i concetti di Patria e di Unità sono valori universali e perenni di tutti i popoli, che vanno sempre tenuti presenti, a maggior ragione se si privilegia ciò che ci unisce. E’ con questo spirito che occorre partecipare ai festeggiamenti del 150° dell’Unità d’Italia, sensibilizzando tutti, soprattutto i giovani, in grado più degli altri di raccoglierne il retaggio. Riflettere sul vero significato dell’Unità d’Italia è stato il fermo proposito del Lions Club Agrigento Host, che ha dedicato un’intera serata per dibatterne i temi con la partecipazione akllargata al mondo scolastico (Liceo-Ginnasio Empedocle e Istituto Tecnico Commerciale Leonardo Sciascia di Agrigento).
      Ha presieduto i lavori il Presidente del club, dott. Antonio Garufo,  mentre il Prof. Calogero Sciortino, docente di Storia e Filosofia e vicepresidente del club, ha introdotto i lavori con il tema “Risorgimento tra passato presente e futuro”.
      Sono seguite le relazioni:
1860-2010: Federalismo ed Unitarismo” Prof.ssa Gabriella Portalone, docente di Storia Contemporanea – Università di Palermo;
“La Costituzione: testimonianza dell’Unità d’Italia” Prof. Avv. Gianfranco Amenta, Docente di Istituzioni di Diritto Privato Università di Palermo.
Ha concluso i lavori il Past President Consiglio dei Governatori dei Lions MD 108 Italy, Avv. Salvatore Giacona. Riportiamo di seguito l’introduzione del Prof. Calogero Sciortino.
Le relazioni sono state inframmezzate da letture, inni patriottici e audiovisivi a cura degli studenti delle scuole presenti.

 
 

IL RISORGIMENTO TRA PASSATO PRESENTE E FUTURO
 

C’è un filo rosso che raccorda passato, presente e futuro; ed è questa la ragione per la quale studiamo la storia e celebriamo le ricorrenze. La storia, infatti, è conoscenza del passato finalizzata alla comprensione del presente che è la condizione necessaria per orientare il futuro. Ciò vale sia per la storia della vicenda personale di ciascuno di noi, sia per la storia delle vicende delle comunità sociali e politiche.
Per questa ragione celebriamo la 150esima ricorrenza dell’unità d’Italia.
L’Italia come stato è giovane perché è nata appena 150 anni fa e precisamente il 17 marzo del 1861 con la conclusione di un processo che chiamiamo Risorgimento. Come nazione, cioè come coscienza di una identità linguistica e culturale, sebbene nell’ambito di una ristretta cerchia di intellettuali, la sua nascita rimanda al Medio Evo cioè a quando si è andato affermando il volgare fiorentino come lingua letteraria con Dante, Petrarca e Boccaccio e a quando si è andata affermando nel mondo la specificità della cultura e dell’arte italiane con Cimabue, Giotto, Piero della Francesca e poi con Brunelleschi, Leonardo, Michelangelo, Leon Battista Alberti, Raffaello, Galilei, Alfieri e mille altri.
   Alla nazione italiana non corrispondeva ancora lo stato italiano, come avveniva in Francia, in Inghilterra, in Spagna; ciò fino al 1861. Ora celebriamo l’evento dell’unificazione politica per tornare a riflettere sul ritardo con cui è nato il nostro Stato, su come è nato, per analizzare le cause prossime e remote dei suoi problemi attuali e per tentare di approntare un futuro migliore rispetto al nostro presente, che non si presenta in termini molto confortanti.

 

L’UNITA’ D’ITALIA

 

Ma neppure l’unità politica della Penisola è una novità assoluta; sebbene in vesti diverse rispetto a quelle della contemporaneità, una qualche unità politica della Penisola era stata creata attorno a Roma nel mondo antico: con la guerra sociale all’inizio del I sec A. C. la cittadinanza romana era stata concessa ai federati di Roma (lex Plautia Papiria e Lex Iulia) e in età augustea era molto chiara la distinzione tra l’Italia, il cui territorio era considerato metropolitano, e le province che costituivano il resto dell’Impero.
La definitiva frattura si ebbe poi nel sesto secolo D. C.  con l’invasione dei Longobardi.  
Con il Risorgimento si ri-costituisce, dopo 1500 anni circa, quella unità politica, che la presenza dello Stato Pontificio, al centro della penisola, e altri fattori, come la presenza straniera sia nel M. E. che nel corso dell’età moderna, avevano impedito che si realizzasse
Ancora attorno alla metà dell’’800 in Italia, non solo c’erano ben otto stati sovrani, ma restava quella egemonia austriaca che ne impediva sia la unificazione o la nascita di una federazione, sia la costituzione di una lega doganale del tipo della Zollverein tedesca.
Sopravvivevano, ad eccezione del regno di Sardegna, che a partire del ‘48 aveva avuto una svolta costituzionale rimasta permanente, le vecchie monarchie assolute, essendo state ritirate a Napoli, a Roma e a Firenze, dopo la prima guerra d’indipendenza, le costituzioni ottriate che i rispettivi sovrani avevano pur concesso mesi prima. È stato il decennio successivo tra il 1849 e il 1859 – 60 che ha visto la realizzazione di quella sorta di miracolo che fu l’unificazione nazionale.   

 

IL RISORGIMENTO

                                     

ll Risorgimento è stato un processo fatto di cospirazioni, rivoluzioni, progetti politico-ideologici, guerre, attività diplomatiche e politiche internazionali molto complesse, spesso divergenti e coronate da successo anche a causa di delicati equilibri internazionali
Il processo ebbe lieto fine a causa del lavoro e dell’impegno di alcune personalità di grande spessore, che pur agendo separatamente, spesso in concorrenza tra loro e con progetti inconciliabili, finirono, con una specie di eterogenesi dei fini, con l’avere un ruolo complementare, reciprocamente integrativo  e, in ogni caso, determinante.
Ci riferiamo al lavoro  pedagogico e cospiratorio di Giuseppe Mazzini, che riuscì a far nascere l’Italia nella coscienza di tanti giovani intellettuali, anche se non delle masse, ed elaborò un progetto ideologico-politico con una chiarezza sconosciuta fin qui alle rivoluzioni carbonare del 20-21 e del ‘31: Italia unita dalle Alpi alla Sicilia, democratica, repubblicana, laica e con Roma capitale; l’Italia sarebbe nata politicamente solo a condizione che essa nascesse prima nelle coscienze e che la conquista dell’unità e della libertà prima che come diritto fosse avvertita come dovere;
Ci riferiamo al pensiero politico e alla produzione letteraria di un gruppo di intellettuali cattolici moderati come R. Lambruschini, V. Gioberti, C. Balbo, A. Manzoni, N.Tommaseo, ecc., che riuscirono a convincersi che, nonostante la posizione antiliberale e antinazionale della gerarchia cattolica, era possibile coniugare insieme la libertà, la patria e la fede;
ci riferiamo alla geniale e insonne attività diplomatica di Cavour che riuscì a far diventare europeo il problema italiano e ad inserire il suo piccolo regno di Sardegna nel contesto politico delle grandi potenze.
Il padre di Pirandello, garibaldino Ci riferiamo, infine, all’eroico, disinteressato e determinante azionismo di G. Garibaldi e alla sua spedizione dei Mille.
A tutto questo bisogna aggiungere la complessa, fortunata e contingente situazione internazionale che vide Francia e Inghilterra, seppure per motivi opposti, favorire, la prima con le armi e la seconda con la diplomazia, la causa italiana.
  Circa l’esito finale più che di processo di unificazione sarebbe meglio parlare di un processo di piemontizzazione, come si evince facilmente dalla analisi della legge 17 – marzo – 1861 e come si evince dal fatto che successivamente il sistema giuridico amministrativo e fiscale piemontese fu esteso a tutta la Penisola
  La conquistata unità, se per un verso fu il traguardo tanto auspicato di un processo glorioso, per l’altro verso fu il punto di partenza di un processo sicuramente meno entusiasmante e meno glorioso, perché dopo la poesia viene la prosa, ma non meno decisivo per le sorti del Paese: fatta l’Italia occorreva non solo fare gli italiani, come afferma una notissima espressione attribuita a Massimo d’Azeglio, e già questo era un enorme problema, ma occorreva salvare il neonato stato dal disastro incombente affrontando problemi tutti di immane portata. 

 

L’ITALIA POST RISORGIMENTALE

 

  Prima di accennare ai problemi dell’Italia del periodo immediatamente post        risorgimentale, è necessario ribadire i caratteri del Risorgimento: esso fu una rivoluzione moderata, perché liberale ma non democratica, elitaria perché non coinvolse le masse se non in brevi momenti, come le cinque giornate di Milano (1848) e la guerra garibaldina e antiborbonica nel mezzogiorno (1860), ma con il miraggio della promessa riforma agraria, promessa mai mantenuta.
 L’esito conclusivo del processo risorgimentale ha registrato la sconfitta di uno dei principali suoi artefici: G. Mazzini. Anche se l’Italia era ora unita dalle Alpi alla Sicilia e con Roma capitale (a partire dal ‘70), come egli la voleva, essa non era né democratica, né repubblicana secondo il programma della Giovine Italia, ma fortemente elitaria nel suffragio elettorale e monarchica.
 L’Italia appena nata è un paese povero, arretrato, non al passo con le potenze occidentali già fortemente industrializzate, caratterizzata da una economia quasi esclusivamente rurale, legata, soprattutto nel mezzogiorno al latifondo e a tecniche di coltivazione paurosamente arretrate, anche perché mancavano i capitali per realizzare bonifiche agrarie e coltura intensiva. Solo nel nord del Paese erano più diffuse la piccola proprietà e le colture intensive e specialistiche rese possibili da precedenti bonifiche operate dal buon governo austriaco in Lombardia e dalla creazione di infrastrutture rurali (si pensi alle risaie del vercellese create da Cavour nel cosiddetto decennio di preparazione). Emergevano sin da subito due Italie dal profilo economico, sociale e culturale profondamente diverso. Ma c’erano, come dicevamo, mille problemi la cui soluzione era urgente. Ecco i più importanti:
·        Dicotomia tra paese reale e paese legale;
·        Assetto istituzionale e necessità di scegliere tra accentramento e decentramento;
·        La mancata congiunzione del Veneto e di Roma in un contesto di isolamento internazionale del neonato Stato;
·        Un Paese da unificare sul piano linguistico e culturale, sul piano delle unità di pesi, di misure e di moneta;
·        Assoluta inadeguatezza o addirittura assenza di infrastrutture necessarie ad un paese civile quali strade, ferrovie, ospedali, scuole;
·        Analfabetismo di massa;
·        Disavanzo (mezzo miliardo) e debito pubblico;
·        Iniquità del sistema fiscale insostenibile per la parte più povera del Paese;
·        Brigantaggio e questione meridionale.
 

L’ITALIA OGGI E AL FUTURO
 

Come si vede, i problemi erano tanti e tali che molti osservatori internazionali consideravano a rischio l’unità del neonato Paese. Fu un grande merito della Destra Storica, da subito orfana di Cavour, avere salvato l’unità appena conquistata con scelte spesso dolorose, impopolari, ma, a giudizio dei governanti di allora, necessarie.
Dei problemi a cui abbiamo accennato alcuni furono risolti adeguatamente, ma con costi umani paurosi, altri furono risolti in modo inadeguato, altri non furono risolti affatto, tanto che attendono ancora una soluzione. Si pensi, ad esempio, alla sempre più drammatica questione meridionale.
Ma in 150 anni il Paese di strada ne ha fatto. Esso ha avuto le sue involuzioni e le sue crisi istituzionali: si pensi, per esempio, all’ultimo decennio dell’800, cioè alla repressione dei fasci dei lavoratori in Sicilia, e al torbido fine secolo con i morti di Milano del 1898, si pensi al tentativo, fortunatamente fallito, di annullare con le cosiddette leggi liberticide del Pelloux le poche garanzie di libertà che lo Statuto Albertino concedeva; il nuovo secolo poi si apriva con i peggiori auspici cioè con l’assassinio del Re Umberto I a Monza e, dopo la parentesi giolittiana, caratterizzata da luci e ombre,  c’è un altro torbido momento che ha preceduto l’entrata in guerra dell’Italia nel 1915 che culmina nel cosiddetto Maggio radioso, periodo che si concluse con l’entrata dell’Italia in guerra contro la volontà della maggioranza del Paese; si pensi al milione di vittime della Guerra e della spagnola successiva, si pensi al torbido dopoguerra che aprì la strada al tragico ventennio fascista. Si pensi ancora alla immane catastrofe della seconda guerra mondiale e alle piaghe spirituali e materiali che generò nel paese e nel suo tessuto sociale.
A questi eventi cronologicamente determinati, tutti negativi, si deve aggiungere un fenomeno che ha attraversato tutta la storia post unitaria del Paese: ci riferiamo alla emigrazione di massa, specialmente nel mezzogiorno del Paese: verso l’estero e alla emigrazione interna. Si tratta di un fenomeno di dimensioni gigantesche: non meno di venti milioni di Italiani del mezzogiorno hanno dovuto lasciare la loro terra, la loro casa, la loro famiglia e i loro affetti, hanno dovuto, provvisoriamente o definitivamente, tagliare le radici che legano ciascuno al proprio mondo. Venti milioni: non è solo una cifra matematica, perché si tratta di venti milioni di esistenze che hanno coinvolto tante altre esistenze: tante madri, tante mogli, tanti figli sono stati private della presenza del figlio, del marito, del padre con tutte le lacerazioni conseguenti. Eppure, ecco il rovescio della medaglia, l’emigrazione ha generato ricchezza e benessere nel Paese: sono state le rimesse degli emigrati dall’estero che hanno messo a disposizione delle banche, e quindi degli investimenti, i capitali che hanno reso possibile il decollo industriale in età giolittiana; è stata l’emigrazione dal Sud al Nord che ha reso possibile il boom industriale nel secondo dopoguerra.        
Nonostante i disastri, nonostante i problemi non risolti, non sono mancati i fenomeni e gli eventi che evidenziano nel Paese la presenza di risorse morali, culturali e materiali che per un verso giustificano un certo orgoglio di appartenenza e per l’altro verso inducono alla speranza anche per il futuro.
L’Italia ha vissuto la gloriosa esperienza di un secondo risorgimento con l’antifascismo clandestino, con la Resistenza, che a differenza del primo risorgimento fu un fenomeno di massa, con la Liberazione, con la nascita della Repubblica, con la elaborazione e promulgazione di una Costituzione democratica, elaborata dai rappresentanti eletti dal popolo sovrano, che scelse la Repubblica tramite quel Referendum, che Mazzini, il grande eroe sconfitto del primo risorgimento, aveva invano auspicato.
In quella circostanza il popolo italiano, in nome di valori condivisi di natura interculturale, interideologica, interreligiosa, seppe superare tutte le divisioni, che pur esistevano ed è bene che esistano ancora, per edificare sulla base di questi valori condivisi e solennemente entrati nella Costituzione per costituire l’anima dei  principi fondamentali, una comunità nazionale di cittadini liberi, consapevoli dei loro diritti e dei loro doveri, consapevoli anche della loro identità europea e aperti alla solidarietà e alla collaborazione con la comunità mondiale.
Oggi stiamo vivendo un momento poco felice della nostra storia; la cosiddetta prima repubblica è morta e la seconda non riesce a nascere; la recessione economica, lo spettro della povertà che si allunga anche su una parte del tradizionale ceto medio, il settarismo degli schieramenti politici, i conflitti istituzionali, gli egoismi regionalistici, il divario tra nord e sud sono gli ingredienti più vistosi di questa crisi.
Ne usciremo solo se con consapevolezza storica e politica riscopriremo e rivivremo, con civica passione, i valori che hanno aiutato i nostri padri a superare i momenti bui del passato, a porre in essere un primo e un secondo risorgimento; solo così potremmo crearne un terzo, cioè un futuro con un cielo terso e sgombro di quelle nubi che rendono minaccioso il nostro cielo di oggi.
Forse, in questa direzione può essere una opportunità la celebrazione del centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, come occasione per riflettere: torniamo al passato per attingere le energie atte a  venire fuori dalla crisi attuale e a creare un futuro più sereno per il nostro Paese.

Prof. Calogero Sciortino

 
 
 
 
 

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 TRE POESIE DEDICATE

A EMPEDOCLE, A PIRANDELLO

E A MIA MADRE CHE IN LIBIA NACQUE
 

Rientrando nel mondo dei blogger dopo una lunga assenza, ho il piacere di proporvi due poesie, tratte dalla mia silloge “All’amica infedele e altri frammenti poetici”, pubblicata lo scorso anno. Sono poesie ispirate ai miei autori di culto, Empedocle e Pirandello.

Empedocle, filosofo di Akragas

 

          I QUATTRO ELEMENTI

Se io fossi aria
e tu solida terra
tutta t’avvolgerei
per farti mia.
Ma tu sei acqua
gelida di fonte
che spegne il fuoco
dell’amore mio
 

Luigi Pirandello
        

   MASCHERE
 
Maschere
siamo maschere
apparenze
siamo fatti di notte
fragili
miseri,
di vento.
Impastati di terra
zimbelli docili
dello scorrere
del tempo,
scontiamo il torto
della nostra alterigia
sentendoci regali
orgogliosi allo stremo,
perché neghiamo
sempre l’evidenza:
lampi soltanto,
illuminano la vita.
 

Inoltre, considerato l’attuale momento della guerra in Libia, vi propongo un inedito della mia nuova raccolta “Miraggi d’Africa”, che prende il titolo dalla prima poesia, dedicata a mia madre che in Libia nacque (Homs):
 

 
 
MIRAGGI D’AFRICA
 
Miraggi d’Africa
baluginavano improvvisi
tra sogno e veglia
al di là del mare.
 
Dalle tue finestre invetriate
indovinavi
coste e dune sanguigne,
 
città di scialbati minareti
– Tripoli, Misurata, Homs, Bengasi –
 
i ruderi di Leptis Magna
dove vivesti felice
l’infanzia scanzonata.
 
Rivedevi
sotto la volta stellata
nel fruscio dei palmeti
i dromedari dormire
al fuoco dei bivacchi;
 
mentre
il tuareg insonne
avvolto nel suo velo blu
sognava a occhi aperti
il tragitto dei padri
nell’incontaminato Sahara
di Ghadames e Ghat.
 
O madre mia d’Africa,
dai confini dell’ombra
                   tutto
delle tue memorie native
appare disvelato
traslucido ancora
al mio ricordo.
 
Da una sponda all’altra
sono eguali le sensazioni
al cuore che trasale: 
 
dei flussi migratori
                   la Sicilia
pure è miraggio d’Africa.
 
Sposa novella,
lasciasti anzitempo il continente africano
aprendo la pista, tu bianca, a popoli neri,
 
ma ora i fratelli
respingono in mare altri fratelli
come clandestini.
 
 

 

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LUIGI PIRANDELLO
“L’ARTE DELLA COMUNICAZIONE”
SAGGIO DI UBALDO RICCOBONO
 

Il termine comunicazione deriva dal latino communicatio e significa rendere comune, e quindi alla portata di tutti, il pensiero, il sapere, informazioni, notizie. Cicerone definiva la comunicazione la figura con cui s’invoca il parere dell’uditore o dell’avversario, per indurlo o costringerlo a convenire nell’assunto nostro. Nel Dizionario della Lingua Italiana Nicolò Tommaseo spiega la comunicativa come facilità e copia di parlare, e così far comuni ad altri le proprie idee e i sentimenti; e il comunicatore: uomo che ha molta, facile, pronta comunicativa.Umberto Eco, nel “Trattato di semiotica generale”, distingue la comunicazione – come processo di un segnale da una fonte a un destinatario – dal processo di significazione che implica una comunicazione indirizzata a un destinatario umano, che a sua volta determina un’interpretazione del messaggio sulla base di un codice comune.
Perciò, la comunicazione non è soltanto la semplice trasmissione del pensiero, attraverso la parola o lo scritto, ma diventa anche arte della comunicazione, perché mira a rendere edotti gli altri di un proprio messaggio significativo.
La comunicazione letteraria, rispetto alla semplice comunicazione linguistica, appare più complessa per diversi ordini di motivi:
a) il codice trasmissivo, tra mittente e destinatario, non è detto che sia identico e univoco;
b) il messaggio non sempre è facilmente decodificabile (complessità, ambiguità, sovrappiù di senso);
c) il codice linguistico può avere significati denotativi;
d) dietro il messaggio linguistico è presente sempre un sistema di sottocodici dell’artista.
L’opera d’arte, come risultato di numerosi segni (polisemia), è caratterizzata da un messaggio ambiguo di fondo, che va decodificato dal lettore, secondo la sua sensibilità, il suo gusto, le sue emozioni.
Pertanto, il problema della codificazione di un’opera non può sottrarsi all’esigenza di rivolgersi a una massa di fruitori e ad una serie di trasmissione di significati, destinati, per imporsi, a colpire l’immaginario del singolo e, possibilmente, del collettivo.
Si passa, così, dal concetto di “opera chiusa” (per il suo autore) a quello di “opera aperta” (per il fruitore), come afferma Umberto Eco:
 
Un’opera d’arte, forma compiuta e chiusa nella sua perfezione di organismo perfettamente calibrato, è altresì aperta, possibilità di essere interpretata in mille modi diversi senza che la sua irriproducibile singolarità ne risulti alterata. Ogni fruizione è così una interpretazione ed una esecuzione, poiché in ogni fruizione l’opera rivive in una prospettiva originale”.
 
Certo, nell’attuale società consumistica, il prodotto letterario, al di là del messaggio culturale che vi sottosta, è un bene di consumo come altri, che viene trattato dal sistema editoriale secondo precise regole di mercato e attraverso tecniche, a volte manipolatorie, di orientamento di atteggiamenti e di comportamenti dei consumatori.
Prima che un valore immateriale, l’opera letteraria è un prodotto materiale che deve incontrare l’immediato favore dell’acquirente per come è stato realizzato, indipendentemente dal suo contenuto intrinseco e dalla sua significatività.
In un’opera letteraria-bene di consumo, l’unico trait-d’union con il messaggio di fondo dell’autore (ancora non conosciuto al potenziale acquirente) è il titolo, che può assumere un immediato effetto denotativo per il destinatario.
Da qui la sofisticata predisposizione e intitolazione del testo, che, non di rado, si compra per la semplice suggestione di un titolo, che, assai spesso accoppiato a una bella copertina o a una réclame ben fatta, desta sensazioni subliminali. Elementi estrinseci, se si vuole, ma elementi “parlanti e visivi”. A tutti è capitato, una volta nella vita, di comprare d’emblée, senza una motivazione razionale, per la suggestione del momento, un libro che subito dopo viene riposto nella libreria, e magari dimenticato per sempre.
 

Il rapporto autore-lettore

 

Nei tempi antichi o nell’evo medio o moderno, gli autori non avevano siffatte preoccupazioni e non andavano per il sottile nella scelta del titolo. Abbondavano i nomi dei personaggi, magari roboanti; bastavano semplici sostantivi per designare il soggetto;  i titoli, in genere poco allusivi, indicavano prevalentemente il thema generale e generico [emblematico, per indicare l’argomento, il de (su) latino premesso alla materia da trattare: De rerum natura (Sulla natura delle cose, Lucrezio), De vulgari eloquentia (Sulla parlata volgare, Dante), De monarchia (Sulla monarchia) ecc. La stessa funzione, in greco, era assunta dal περί: Περί φύσις (Sulla natura, Empedocle)].
Prendiamo ad esempio Shakespeare, che ancor oggi stupisce per la freschezza del linguaggio e dello stile, la modernità dei personaggi e delle trame, ma non brilla certo per l’originalità dei titoli.
Quelli dei drammi e delle tragedie sono quasi interamente dei nomi propri di personaggi storici di grande spessore, i quali non suscitano particolari vibrazioni.
Soltanto dalle commedie si possono ricavare un paio di titoli che sono rimasti nell’immaginario collettivo di tutti i popoli e sono entrati con imperio nel linguaggio comune. Ricordiamoli: “Molto rumore per nulla”, “Tutto è bene quel che finisce bene”.
Anche se i messaggi in codice delle citate commedie sono quelli destinati a travalicare il tempo e lo spazio, tuttavia ci muoviamo ancora su un piano puramente descrittivo, perchè  entrambi i titoli ci indicano soltanto, anticipandola, la conclusione delle due opere, e nulla più. E trattandosi di opere a lieto fine, i titoli rimanevano impressi indelebilmente, come luoghi comuni, per essere poi tramandati a futura memoria.
Neanche il “perfezionista” Goethe si distinse per una ricerca ex professo dei titoli.
Sul successo internazionale dell’opera, I dolori del giovane Werther, che lo rivelò come scrittore di genio, non ebbe un ruolo determinante il suo titolo, ma piuttosto lo scandalo che suscitò, in pieno illuminismo, il contenuto della storia.
Né gli ulteriori titoli delle sue opere ebbero effetti dirompenti, se si esclude forse l’enigmatico “Le affinità elettive”, che, maturato all’inizio dell’ottocento, decretava, nella sua disutilità, il de profundis della società aristocratica settecentesca.
Nell’ottocento, quindi, si cominciò a voltare pagina, soprattutto con l’imporsi del romanzo d’intreccio. Il caso più eclatante è quello di Alessandro Manzoni, che sostituì il titolo di “Fermo e Lucia” con “I promessi sposi”, prima di dare alle stampe il manoscritto.
Con il saggio “Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione”, apparso nel 1845, ma già avviato all’indomani della prima edizione de I Promessi sposi, Manzoni aveva voluto chiarire innanzitutto il problema della lingua e dell’invenzione rispetto ai fatti oggettivi di un contesto storico, perché aveva ritenuto, giustamente, che l’invenzione poetica  non sarebbe stata recepita dal gran pubblico dei lettori, se fosse stata sganciata dalla realtà sociale.
Il romanzo con Manzoni diventa realistico e popolare, perché parla “della povera gente” e “alla povera gente” con un linguaggio medio immediatamente decodificabile.
Nota è la costante preoccupazione dello scrittore di passare al vaglio il testo della prima edizione del 1825-27, revisione che culminò nella edizione del 1840-42.
In tale travaglio, s’inquadra la sostituzione originaria del titolo: Fermo e Lucia erano due personaggi umili, ma non storici, né storicizzabili e poco si sarebbero prestati a reggere da soli l’impalcatura di un romanzo storico.
Il busillis era evidenziato del resto nella stessa “Introduzione”  a I Promessi Sposi:
 
ci siam messi a frugare nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci apparve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de’ quali non avendo mai avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti
 
Ecco! i nomi dei personaggi, spiattellati nel titolo sic et simpliciter, non sarebbero stati né rilevanti, né reali, né verosimili. Lo stesso Manzoni se ne rese subito conto:
 
Invero, non è cosa da presentare a lettori d’oggigiorno: son troppo ammaliziati, troppo disgustati di questo genere di stravaganze…
 
Occorreva un titolo impersonale, seppure adeguato a rappresentare un racconto popolare, integrato in un grande contesto storico, dove potessero essere collocati una serie di personaggi appartenenti a tutta la scala sociale, ivi compresi quelli di modesta levatura intellettuale.
Manzoni ebbe costantemente presente il rapporto autore-lettore, come si evince dall’andamento dialogico de I Promessi Sposi; rapporto che non gli fece trascurare l’elaborazione linguistica della sua prosa, destinata ad essere recepita e decodificata  con immediatezza da una gran massa di lettori.
E’ con questo spirito che accettò la Presidenza di una Commissione Ministeriale per l’unificazione della lingua nel 1862; e nel 1868 presentò la relazione “Dell’unità della lingua e dei mezzi per diffonderla”.
Egli sapeva già, avendolo sperimentato con il suo capolavoro, che, per poter diffondere la vera lingua italiana, occorreva una rivoluzione copernicana, sovvertendo il rapporto tradizionale lingua-letteratura, con l’altro lingua-società.
 

Un professore di stilistica,
maestro di comunicazione

 

Il problema della comunicazione letteraria era vivo nella mente e nel programma di Luigi Pirandello:
 
La verità è che il poeta non cerca il soggetto che gli possa convenire: lo trova senza cercarlo, lo intuisce a un tratto, naturalmente, senza il minimo sforzo. Il soggetto è un germe che tante volte può essere contenuto anche in una parola colta in una conversazione o letta in un libro; germe che il poeta riconosce subito per l’improvvisa emozione feconda che gli suscita nello spirito e da cui l’opera d’arte poi si svilupperà come un esame organico e vivente.(L’Umorismo)
 
Pirandello si schiera deliberatamente dalla parte di Arthur Schopenhauer:
 
La sostanza intima  di ogni reale conoscenza è una intuizione; ogni verità è il frutto di un’intuizione… Al contrario, i puri pensieri astratti, che non hanno alcun nucleo intuitivo, rassomigliano a nuvole senza realtà(Schopenhauer, Il mondo come realtà e rappresentazione).
 
 
Ciò corrispondeva anche al pensiero di Schelling, laddove sosteneva che la superiorità dell’arte si rivelerebbe nel fatto che l’intelligenza opera, entro il genio artistico, non come spirito ma come natura, saldando il momento incosciente dell’azione e della produzione con l’originaria identità della coscienza.
L’arte càpita” aveva sostenuto il pittore Whistler; e Roland Barthes, quasi settant’anni dopo Pirandello, a proposito dell’inventio dello scrittore aggiungerà: “tutto esiste già, bisogna solo ritrovarlo”; e non è detto che per tale affermazione non sia in debito nei confronti del drammaturgo agrigentino.
Del resto lo stesso Circolo Linguistico di Praga, fondato da Jakobson, è in parte debitore di almeno tre delle famose nove tesi sul significato della comunicazione.
E’ la funzione emotiva (“emozione feconda”), come connotazione psicologica e sentimentale, quindi, che guida Pirandello nell’identificazione del soggetto, attingendolo dal reale; mentre è poi lo stile personale, attraverso il linguaggio retorico, a fargli scegliere i verba e la loro combinazione, affinché la comunicazione del messaggio non risulti piatta, opaca, neutra, routinaria.
L’emozione desta immagini e fa pensare: c’è già in Pirandello un’anticipazione filmica della vita, la stessa che farà dire al regista italo-americano Frank Capra:
 
Il segreto è l’emozione. La gente che va al cinema non siede davanti ad uno schermo, ma davanti a situazioni e a gente reale. Se si accorgono che ci sono degli “attori”  diventano freddi e distanti.
 
Se ciò fu vero nella composizione dei testi, nella scelta dei titoli Pirandello si rese subito conto che c’era la necessità di creare nel lettore un profondo shock, freudianamente inteso, suscitando immagini e associazioni di idee, nuove, per flash, imprevedibili, fuori dei cliché usuali, “comuni” e immediatamente recepibili, ma non banali.
Egli intendeva sperimentare un tipo di operazione conoscitiva e percettiva “tutto in una volta”, che chiaramente era un prodromo avant léttre della trasmissione massmediologica, che secondo Mc Luhan porta ad una sorta di amputazione sensoriale, dovuta ad un condizionamento della risposta allo stimolo.
La Scienza nuovadi Vico gliene aveva dato già una chiave di lettura:
 
Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura.
 
Il titolo doveva essere germe e chiave dell’opera e  doveva parlare al cuore come alla mente, attraverso un approccio comune, diventando il “correlativo oggettivo” di eliotiana memoria, giusta miscela di intelletto e sentimento.
La creatività di Pirandello assomiglia così all’arte eccelsa di Michelangelo, che sbozzava un blocco di marmo, sapendo di trovarvi all’interno una statua; era un’esaltante ricerca, la cernita incessante dell’umorista che separa il grano dal loglio:
 
L’oro, in natura, non si trova frammisto alla terra? Ebbene, gli scrittori ordinariamente buttano via la terra e presentano l’oro in zecchini nuovi, ben colato, ben fuso, ben pesato e con la loro marca e il loro stemma bene impressi.(L’umorismo)
 
Intuìto, sentito in una conversazione, letto in un libro che fosse, il germe era quel fuoco sacro, l’assoluto, che lambiva il suo cuore e divorava la sua mente, ma era pur sempre il frutto di una comunicazione, rispetto alla quale l’artista si poneva come un destinatario privilegiato, fonte ricevente in grado di darne un’esegesi immediata e una validazione emotiva.
Già parafrasato in codice, il messaggio era immediatamente trasmissibile ad un altro destinatario, alla stessa stregua di quanto teorizzò Sant’Agostino nel De magistro, in cui sosteneva che il vero maestro non deve pretendere di essere l’inventore della verità, ma soltanto il trasmettitore. 
In ciò consisteva la tecnica utilizzata da Pirandello principalmente nella composizione dei titoli,  allo scopo di colpire i destinatari, in quanto su se stesso aveva sperimentato già la forza empatica del messaggio e il suo effetto denotativo.
Pirandello sapeva che doveva usare la parola piegandola a tutti gli effetti desiderati, così come aveva appreso dal De oratore di Cicerone: probare, delectare, movere.
Informare convincendo era il primo obiettivo fondamentale, che non poteva essere scisso però dall’esposizione; e ciò non poteva avvenire che con una narrazione vivace, seria e faceta, ironica, satirica. Il fine ultimo della scelta degli argomenti e delle parole era il coinvolgimento emotivo e cognitivo del lettore, così come s’era espresso Leonardo da Vinci: “ogni nostra cognizione prencepia dai sentimenti”.
Per suscitare commozione, pietà, compartecipazione, immedesimazione, la comunicazione pirandelliana partiva dal titolo, per arrivare, progressivamente, quasi con crescendo rossiniano, alla composizione della struttura e alla conclusione finale; il tutto, alla stregua di Edgar Allan Poe, il quale asseriva che la soluzione drammatica va sciolta nella chiusa o nell’ultima riga del racconto.
I titoli quindi assumono per Pirandello quel potere che nei Promessi Sposi, a proposito del Conte Zio, viene espresso “come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c’è nulla; ma servono a mantenere il credito alla bottega”. 
Con una differenza, che sui contenitori di Pirandello non ci sono parole arabe, ma messaggi chiari, significativi, già collaudati, dietro i quali si intuisce il macrosegno letterario, cioè il contenuto o motivo fondamentale delle opere.
In buona sostanza, il titolo è per Pirandello il segno della sua Weltanschauung (ideologia) e nel contempo parola chiave (mot-clè o un
ione di mot-clè), pertinente per la comprensione del testo.

Ma il bello è che la significazione non parte dall’autore, ma direttamente dal destinatario, o meglio dall’autore che diventa medium di un precedente messaggio già codificato. Così il titolo trasforma il messaggio insito (empatico) in messaggio condiviso (simpatico).
E’ questo aspetto fortemente denotativo che spingeva addirittura Gertrude Stein a coniare titoli completamente sganciati dal testo, ma che dovevano servire da richiamo di comunicazione, con i lettori impegnati sino in fondo a decifrare un nesso inesistente, in una sorta di “aspettando Godot”.
 

Titoli ed umorismo

 

In Prologhi Jorge Luis Borges dà una spiegazione sull’uso dei vocaboli scelti dagli scrittori per i titoli delle opere:
 
L’uso di qualsiasi vocabolo presuppone un’esperienza condivisa, della quale il vocabolo è il simbolo. Se ci parlano del sapore del caffè, è perché già l’abbiamo assaggiato, se ci parlano del colore giallo, è perché abbiamo già visto limoni, oro, frumento e tramonti.
 
Il titolo è un invito alla lettura, un’aspirazione al sublime, che fa accorciare, fino a farlo coincidere, l’angolo visivo del poeta e del lettore.
E perciò è sorprendente come Pirandello, l’autore dell’incomunicabilità, della relatività umana e dello straniamento, riesca a stravolgere le tecniche e le modalità di comunicazione:
 
Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.
 
Assai spesso, le tematiche si rivelano già nei titoli come sentimento del contrario (Bianche e nere, Beffe della morte e della vita, Erma bifronte, Sole e ombra, Sopra e sotto, La realtà del sogno, La morta e la viva), dove la condizione dell’uomo è quella di essere quasi sempre fuori di chiave, di un uomo cioè il cui stato è di non sapere più da quale parte tenere.
Studiando il saggio sul comico Le rire (Il riso, 1899) del filosofo Henri Bergson, premio Nobel della letteratura nel 1927, Pirandello coniò la distinzione tra l’ ”avvertimento del contrario”, che genera il comico e il riso, e il “sentimento del contrario”, che desta la compassione nei confronti del personaggio, che si viene a trovare in una situazione comica.
Egli autonomamente era arrivato già alle conclusioni bergsoniane, rendendosi conto che si ride soltanto del personaggio che non sa compiere azioni che è chiamato a compiere, o le compie in modo sbagliato o incongruo. Ma il discorso è diverso quando si scopre che l’azione incongrua potrebbe essere quella di tutti.
Un epigramma che precedeva il Prologo del Gargantua e Pantagruel di François Rabelais lo aveva fatto meditare:
 
Meglio di riso che di pianto scrivere
poiché è dell’uomo e di lui solo ridere
 
Michail Bachtin, che aveva chiosato l’opera di Rabelais, lo portava ad altre conclusioni:
 
…ridicolo è un oggetto nudo, ridicola la veste “vuota”, tolta e separata dal corpo. Si ha un’operazione comica di smembramento.
 
In sintonia con la letteratura carnevalesca, Pirandello era consapevole che la vita si risolve in una grande pupazzata, che mette a nudo l’impotenza dell’uomo a governarne il fluire; ma, ciononostante, non s’asteneva dal partecipare alle vicende dei vari personaggi, perché il personaggio nudo e smascherato, per lui, ha bisogno di essere ritravestito con una maschera, affinchè sembri giustificato universalmente il suo dolore o la sua pazzia.
E’ quel che aveva fatto Miguel Cervantes con Don Chisciotte. Questa implosione intermittente di smascheramento e mascheramento viene definita da Nietzsche, in Al di là del bene e del male:
 
Tutto ciò che è profondo ama mascherarsi
 
Il profondo, l’animo umano, per quanto ridicolo, ingenuo, puerile o rozzo, non va mai sbeffeggiato, ma va compreso e accettato, perché accettando gli altri si finisce per accettare e comprendere sè stessi.
Questa lacerante dicotomia riso-comprensione era stata ben evidenziata anche da Victor Hugo, nella Prefazione al dramma storico Cromwell,  laddove si affermava che in un’opera d’arte bello e brutto, serio e comico, tragico e sublime, ideale e reale non possono non coesistere.
E’ dalla miscela di questi contrari che nasce l’umorismo, destinato a mutare la faccia del mondo intellettuale. Come l’ingegno è il dono più nobile e più utile della natura umana, così l’umorismo è il più gradevole, e tutti e due hanno la virtù di rendere sempre accettabile al mondo l’opera che ne è permeata, perché gli uomini, che si offrono nudi alla sua sferza, non amano essere canzonati e messi alla berlina alla maniera di Aristofane o di Luciano di Samosata, ma pretendono d’essere compatiti, perché è grazie all’umorismo che ci si sente meno schiacciati dalle vicissitudini della vita.
In Pirandello questo eterno gioco dei contrari non diventa mai il “gorgiazèin”, cioè il virtuosismo dialettico e l’esagerato elogio della parola di Gorgia, anche se l’ambiguità è altra sua caratteristica peculiare, che ha lo scopo di dilatare semanticamente i titoli, creando una certa sospensione del giudizio, ma nel contempo suscitando una serie di interrogativi nella psiche del ricevente, chiamato e interessato a scioglierli con la lettura del testo.
La comunicativa di Pirandello possiede piuttosto la perorazione logica e penetrante di Demostene e l’impulso del sentimento di Cicerone: è questa la sua grandezza.
Tutto ciò è ribadito, più o meno esplicitamente, anche da un altro sistema adottato, ch’era quello di coinvolgere il destinatario, quasi stesse compartecipando alla scelta del titolo, con il vantaggio evidente di trovarsi già il lettore come alleato: è la cosiddetta captatio benevolentiae, un topos retorico che ha il fine di suscitare un atteggiamento benevolo al primo approccio. 
Antitesi, contraddizioni, mimesi, ossimoro (es.: Mal Giocondo) erano strategie utili poi ad ottenere riflessioni, attenzioni, meditazioni, processi d’identificazione, con una valenza “impressionistica” del messaggio, che non era soltanto ricerca di una forma, ma si riverberava e si faceva sostanza viva nel contenuto dell’opera,  costituendone anzi il filo conduttore e il tessuto connettivo insieme.
Allo scopo di provocare un’aspettazione quasi spasmodica, o un’esortazione psicologica alla lettura, il tema del titolo o il titolo stesso era poi, non di rado, scandito all’inizio, alla fine o durante il discorso, con varietà tattiche, ipotattiche o paratattiche (esempio: alla fine della novella Nell’albergo è morto un tale).
I messaggi in codice, contenuti nei titoli delle opere di Luigi Pirandello, sono i più vari e vanno dal dubbio sottile e dal mistero, all’ipotesi e all’espressione umoristica conclamata. 
Pirandello lascia sempre il lettore con il fiato sospeso, suscita un dubbio, un dilemma, una situazione indeterminata, che poi scioglie alla sua maniera, come in un giallo (l’uomo saggio dubita di tutto: il dubbio è l’espressione della sua saggezza, diceva Montaigne, il cui umorismo fu per lo scrittore un utile terreno di coltura e di cult
ura); dimostrando così che la creazione poetica è un mistero, che non appartiene soltanto ad un effetto intellettuale, ma anche alla sfera del sentimento.
Cosicché le sue tematiche, i suoi tipi, le problematiche della vita, che si compongono e ricompongono in un flusso continuo, non scadono mai nel ripetitivo, nel già detto, nel già sentito, malgrado talune frasi ed espressioni, a volte strategie narrative, in diverse opere siano identiche.
Adriano Tilgher, uno dei maggiori critici dell’opera pirandelliana, mise in luce efficacemente questa incessante opera di elaborazione:
 
Agli occhi di un artista che di questa intuizione viva — è il caso di Pirandello — la realtà appare nella sua stessa radice profondamente drammatica, e l’essenza del dramma è nella lotta fra la primigenia nudità della Vita e gli abiti o maschere di cui gli uomini pretendono, e debbono necessariamente pretendere, di rivestirla (La vita nuda, Maschere nude),ititoli stessi delle opere sono altamente significativi.
 
Anche il sovratitolo “Novelle per un anno”, costituiva l’evidente programma letterario dell’umorista che voleva ricostruire la vita dell’uomo, cristallizzata nel fluire del tempo, in 365 casi singoli, ma identici nella conclusione finale, come sottolineò efficacemente Giovanni Macchia:
 
Leggendo queste novelle l’una dietro l’altra non s’intravedono tappe possibili per cui il caos, il caos pirandelliano, diventi cosmo, ma soltanto figurazioni apparenti diun falso cosmo che quasi ineluttabilmente ricominci ad essere caos
 
Il mondo poetico pirandelliano è l’uomo e la vita, coi suoi limiti e i suoi imprevisti, è l’animo umano con le sue centomila sfaccettature, per cui è lecito domandarsi se Pirandello abbia imitato la vita, o la vita Pirandello.
 
 
 
 
 

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AGRIGENTO, MOSTRA INTERNAZIONALE
CINQUANTA OPERE NELLA VALLE
PER IL RESTAURO DI UN TELAMONE

 

 

Cinquanta opere – sculture e pitture –  del gotha dell’arte contemporanea, nazionale e internazionale, saranno in esposizione fino al 3 ottobre nella Valle dei Templi di Agrigento, all’interno del Tempio della Concordia e della vicina Villa ottocentesca di “Porta Aurea” e nelle zone adiacenti: è il frutto del progetto “Arte contemporanea per il tempio di Zeus”, promosso dall’UNESCO-Italia e dalla casa editrice Il Cigno GG, in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione – Sovraintendenza ai Beni Culturali – MACRO, la casa d’aste Christie’s, il Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento e l’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana della Regione Siciliana, sotto il patrocinio del Ministero per i Beni  e le Attività Culturali.
Agguerrito e molto qualificato il lotto degli artisti partecipanti: Carla Accardi, AES+F, Afro, Sonia Alvarez, Arman, Mirko Basaldella, Matteo Basile, Domenico Bianchi, Alberto Biasi, Agostino Bonalumi, Gregorio Botta, Beatrice Caracciolo, Bruno Ceccobelli, Sandro Chia, Piergiorgio Colombara, Salvatore Cuschera, Paolo delle Monache, Alessandra Giovannoni, Emilio Greco, Giorgio Griffa, Carin Grudda, Piero Guccione, Patrizia Guerresi, Fathi Hassan, Mimmo Jodice, Ernesto Lamagna, Francesca Leone, Riccardo Licata, Giacomo Manzù, Giuseppe Maraniello, Jason Martin, Umberto Mastroianni, Francesco Messina, Igor Mitoraj, Kyoji Nagathani, Hermann Nitsch, Mimmo Paladino, Augusto Perez, Vettor Pisani, Pietro Ruffo, Toti Scialoja, Gerard Schneider, Shozo Shimamoto, Daniel Spoerri, Croce Taravella, Marco Tirelli, Jorrit Tornquist, David Tremlett, Aaron Young.
Il connubio tra arte classica e contemporanea vuol essere il contributo personale di questi grandi artisti che hanno donato, parzialmente o totalmente, le loro opere, che saranno battute all’asta a Milano da Christie’s, ad evento concluso, e il cui ricavato andrà a finanziare il recupero, il restauro e il posizionamento in verticale di uno dei Telamoni (monumentali sculture maschili alte mt. 7,61 in calcarenite del V secolo a.C.) che sorreggevano la trabeazione del più grande edificio sacro della Valle dei Templi e tra i più vasti dell’antichità greca (Tempio di Zeus Olimpico, forse mai ultimato).
“La Valle dei Templi di Agrigento, patrimonio mondiale dell’Umanità, assieme alla Villa Aurea del Casale di Piazza Armerina – ha detto il Presidente di Unesco-Italia, Gianni Puglisi – è il sito più visitato in Italia. Ciò la dice lunga sulle possibilità che Agrigento e tutta la Sicilia possiedono per attrarre un sempre più alto numero di visitatori. L’iniziativa ha lo scopo di reperire risorse da utilizzare per una migliore e più completa fruizione dell’immenso patrimonio archeologico di Agrigento.”
I frammenti del Telamone rinvenuti sono stati recentemente collocati nell’area
del monumento, al fine del restauro che dovrà precedere la loro ricomposizione secondo il progetto già elaborato dagli uffici del Parco Archeologico della Valle dei Templi, con la
collaborazione di strutturisti e dell’Istituto Germanico di Archeologia di Roma.
I frammenti individuati appartengono a un’unica statua, mentre l’esemplare già ricostruito in altezza in un’ampia sala visitabile del Museo Archeologico di Agrigento, è il risultato
diuna composizione ottocentesca di frammenti di vari Telamoni ad opera del Politi, il cui calco è situato attualmente all’interno dell’Olympeion.
Il Tempio dorico di Zeus Olimpico di Agrigento fu eretto all’indomani della vittoria sui Cartaginesi nella battaglia di Himera (480-479 a.c.) e vi lavorarono migliaia di schiavi cartaginesi. L’immensa piattaforma misurava 113,20 m. in lunghezza e 56 in larghezza con una superficie di mq. 6407.

 

Il tempio era circondato da 14 semicolonne nei lati lunghi e quattordici nei lati brevi, ogni semicolonna aveva una base di 4, 22 di diametro e aveva dieci scanalature larghe dai 50 ai 63 cm. Gli intercolumni erano occupati dai Telamoni alti 7,61 che poggiavano su plinti a mezza altezza. Il tempio era complessivamente alto 32,98 m.

 

Il percorso di arte contemporanea è stato studiato per far scoprire al visitatore anche la celladel Tempio della Concordia, da gran tempo inibita alle visite,

che farà da sfondo ad alcuni dei capolavori del Novecento come la “Bianca” di Messina, il Fauno di Manzù, la Grande Figura Seduta di Greco, e il gruppo mitologico degli AES+F, esponenti di spicco dell’arte contemporanea russa.

 

Il giardino di Villa Aurea, chiuso al pubblico dal Dopoguerra, con il percorso sulla Necropoli, sarà anch’esso visitabile e adorno di sculture quali i crani di Daniel Spoerri o il braccio di Aaron Young a ricordarne, con ironia artistica, la funzione sacra; il percorso sarà al suo ingresso illuminato dal candelabro di Arman. All’interno della Villa, un vero e proprio tuffo tra i più prestigiosi esponenti dell’arte contemporanea, come Afro, Ceccobelli, Guccione, Mitoraj, Nitsch, Shimamoto, e altri. Molte delle opere in mostra sono state realizzate per l’occasione: è il caso dell’acrilico su tela di Carla Accardi, del Pozzo di Gregorio Botta, o de L’Angelo della Valle di Ernesto Lamagna.
 

 

Villa Aurea appartenne al mecenate inglese Sir Alexander Hardcastle, che negli anni ’20 del secolo scorso a sue spese condusse scavi nella Valle dei Templi e restaurò e mise in piedi le colonne del Tempio di Eracle, portando perfino nella valle l’energia elettrica e l’acqua. Il baronetto inglese costituì e dotò con i suoi mezzi il Museo Civico nel centro città e morì povero nel manicomio di Agrigento, dopo che la caduta della Borsa di Wall Street del 1929 aveva ridotto in fumo le sue notevoli ricchezze.
 

 

La mostra è stata realizzata con il contributo della Fondazione Roma Mediterraneo – che
persegue lo scopo principale di promuovere lo sviluppo del dialogo interculturale tra i popoli
dell’area mediterranea – da Telesia, dalla Reale Mutua Assicurazioni, dalla Fonderia Opere
d’Arte O. Brustolin e da Lavorazione Bronzi d’Arte Adami.
Orario: tutti i giorni dalle ore 9.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.30; nel mese di agosto
dalle 9.00 alle 19.00
Ingresso: visita al Parco e percorso mostra 10 €; per le scolaresche 1 € a studente
Perinformazioni: info@ilcigno.org
Ufficio stampa: EmmeO communications – Olga Strada e Marcella Vigilante (T. +39
3286495390, +39 343410776; E. strada@ilcigno.org, vigilante@emmeocommunications.com)
Ufficio Stampa MACRO: Massimiliano Moschetta e Nicolò Scialanga (T. +39 06671070443; E.
stampa.macro@comune.roma.it)
Sito internet: http://www.ilcigno.org/valledeitempli

 

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L’ARTE DELLO SCRIVERE
DI LEONARDO SCIASCIA

 

“Era sale e zolfo, fiore di zolfo, blocco di sale, grumo di terra infuocata, sale impastato con acqua, acqua e terra, aria e cielo, sottosuolo e collina. Si nutrì di pensiero, di ragione, di buonsenso, della parola esatta incisa con lame di pensiero. La disse e la scrisse con parsimonia, perché non ci fossero scorie come quelle che conosceva dello zolfo liquefatto…” (Nino Agnello, L’arte dello scrivere)

 

SAGGIO DI NINO AGNELLO

 

Nino Agnello non è solo scrittore, poeta, saggista preclaro, è stato per lunghissimi anni insigne docente di Italiano e Latino nei Licei fino al 1998. Ma soprattutto coltiva la grande passione della letteratura, che ha trasfuso in numerosi saggi di notevole spessore ed originalità.
In questa sua ultima opera “L’arte dello scrivere di Leonardo Sciascia”, Medinova, 2009, pag.176, €.12,00), Nino Agnello ci offre un notevole contributo critico su Leonardo Sciascia, affrontandone primieramente la poetica che scaturisce dalla silloge “La Sicilia, il suo cuore” e l’analisi minuziosa e a tutto tondo dei testi delle ventisette “Favole della dittatura”. Nella seconda parte del saggio Agnello si sofferma sul linguaggio e l’ironia di Sciascia, mentre nella terza ci fornisce puntuali interpretazioni extratestuali su alcune citazioni anonime ne Il giorno della Civetta, in Todo Modo e ne Il contesto. In appendice tratteggia brevemente “la coscienza di Sciascia”.
Ci sembra un doveroso omaggio al Maestro di Regalpetra nel ventennale della sua morte.
L’analisi dei testi trattati da Agnello è un’autentica lectio magistrale di lingua italiana, condotta con chiarezza ed incisività, oltre che con grande competenza.
 

La Sicilia, il suo cuore

 

Leonardo SciasciaDopo l’esordio nel 1950 con Le Favole della dittatura, Leonardo Sciascia nel 1952 pubblica una raccolta di versi presso lo stesso editore Bardi di Roma. Si tratta di un volumetto di 48 pagine con disegni di Emilio Greco. La poetica che ne scaturisce, è una negativa riflessione sulla condizione della Sicilia, in una visione sconfortante e priva di spiragli di luce, situazione disperata all’indomani della conclusione del secondo conflitto mondiale, dal quale le masse popolari uscirono più impoverite. E’ la Sicilia interna, quella del paese natale di Racalmuto e di Caltanissetta, la città degli studi superiori dello scrittore
I temi dominanti sono quelli della miseria, della pena, della morte, soprattutto della morte, con cenni anche autobiografici (morte del fratello suicida).
Dice Agnello:
 
«Il pessimismo di natura sociale sta per diventare nel giovane Sciascia, se non è già diventato, pessimismo intellettuale, cioè elevazione a cifra universale di tutta l’umanità, di quello che può essere un modo di vivere e di essere locale e individuale»
 
 
E in conclusione:
 
«Consideriamo che la raccolta si apre con un titolo emblematico “La Sicilia, il suo cuore”» e che termina con un verso altrettanto forte e pregnante “nell’ultima notte del mondo”: ci pare allora evidente che i due termini – Sicilia e mondo – si richiamino come se il primo fosse specchio del secondo e viceversa, nel senso che la Sicilia diventa metafora del mondo»
 
Sulla stessa lunghezza d’onda di Vittorini che nella sua opera più famosa chiudeva:
 
«… il protagonista di questa Conversazione non è autobiografico, così la Sicilia che lo inquadra e lo accompagna è solo per avventura Sicilia; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela…»

 

Le favole della dittatura

 

Leonardo Sciascia«Le 27 Favole della dittatura non hanno né titolo né numerazione; noi abbiamo dato l’uno e l’altra per una ragione ovvia di riscontro facilitato, di memorizzazione, di individuazione… L’autore forse ha pensato ad un opus continuum da leggere d’un fiato e nella sua interna scansione: una specie di moderno romanzo, dalla facile allegoria e dalla piena godibilità; un aggiornato “bestiario” che presta maschere e voci per un discorso interno, ermetico da un lato ma apertamente denunziato dall’altro, già dall’assunzione del titolo stesso “Favole della dittatura”.
La favola di Sciascia, caratterizzata dal moderno uso della prosa, da un implicito e talvolta criptico moralismo, ha il suo punto di forza nella causticità del dialogo o della battuta conclusiva, che preannunzia il futuro conversatore e l’inventore dell’arguto dialogare. La sua favola è un modo intelligente di raccontare o di fare storia o di fare arte rileggendo la storia» (Nino Agnello, L’arte dello scrivere di Leonardo Sciascia)
 
L’analisi di Nino Agnello coglie tutti i risvolti lessicali, sintattici e contenutistici delle favole e rappresenta una visione completa dell’opera, con fini non solo didattici. E in verità il libro, cosi come è stato strutturato, dovrebbe essere adottato nei licei, perché non solo ci spiega l’arte dello scrivere di Sciascia, ma è un ottimo contributo per chi vuole imparare a scrivere e a scrivere bene. Sciascia era lungi dall’essere un lirico del sentimento e privilegiava la lima, toglieva parole più che aggiungerne.
 

La dedica

 

Nino Agnello, poeta, scrittore, saggistaBellissima, significativa e commovente l’esergo che Agnello ha dedicato a Sciascia,  scritto già nel 1999 e che in buona sintesi fa da apertura al vero significato per cui ha scritto questo stupendo saggio
 

Epigrafe per il decennale della morte
 
Passò un uomo da qui
si fermò quanto potè
era diretto altrove
e giunse infatti molto lontano
lontano dai pochi noti
per raggiungere i molti ignoti.
 
Usò la lima del pensiero
per aprire le porte della mente
per rendere il mondo più giusto
a misura di ragione.
 
Fu e non fu uomo comune
Leonardo Sciascia

 

La copertina

 

La copertina è un bel disegno dello scultore, pittore, grafico Nino Contino, morto qualche anno fa nel pieno rigoglio degli anni e della sua attività, cui Nino Agnello era legato da grandissima e profonda amicizia. A lui Nino Agnello ultimamente ha dedicato  un’opera “Il genio creativo di Nino Contino” E davvero bisogna essere grati a Nino Contino, il quale dedicò molte sue opere alla letteratura e ai grandi agrigentini, Pirandello, Sciascia e Empedocle..
 

 


Edoardo Savatteri, concerti di buon augurio

 

Nino Agnello ha il piglio del critico di razza e la sua generosità spazia in tutti i campi dell’arte, ivi compresa la musica, avendo una spiccata sensibilità poetica, così come riferisce sulla rivista Sìlarus una recensione di Santina Gervasi, la quale lo definisce “eclettico, colto autore” e ne segnala “il dinamismo mentale, la sua innata creatività, la sua calda sicilianità”: ingredienti tutti che lo portano a spendersi sempre al meglio nelle grandi opere, come nelle piccole note critiche.
E vogliamo ricordare un suo giudizio appropriato sulla musica di un giovane pianista agrigentino, il maestro Edoardo Savatteri, che altrettanto generosamente spende tutto il suo estro musicale in concerti che arricchiscono e allietano numerosi appuntamenti letterari e grandi eventi culturali:
 
«Il giovane pianista, formatosi alla scuola di grandi Maestri della musica moderna come Astor Piazzolla, Nino Rota, Ennio Morricone, ma nutritosi a sazietà dell’impareggiabile insegnamento  di Federico Chopin, ha realizzato un programma articolato e vario che ha saputo contemperare la musica classica (Chopin, Listz, Mendelsson, Rachmaninoff) con quella moderna e perfino jazzistica (Monk, Petrucciani) con abilità e padronanza, in un’ampia scala di ritmi e di godibilissimi effetti, grazie ad una mano disinvolta che sa cercare l’affondo e pure la grazia della leggerezza.
Ha saputo creare, cioè, un’atmosfera d’incanto e d’immersione nella “musica bella” come egli stesso la definisce, cioè quella musica che, sfuggendo alle banalità e agli abusi popolareggianti e di facile presa, sa essere linguaggio universale del sublime, dove sentimento, armonia, misura e finezza si fondono nella comunicazione dello spirito e nella elevazione ai “piani alti”, come noi amiamo dire quando c’è il raggiungimento di tale traguardo.
Del resto il Maestro Savatteri continua a nutrirsi anche di Filosofia, che è la giusta via che porta alla visione universale dell’arte e del sapere, del sentimento e del linguaggio in prospettiva di una metafisica del traguardare, del vedere oltre il piccolo orizzonte dell’io.
Tutto questo ce lo ha suggerito lui stesso con un’ariosa finestra aperta anche sulle sue personali composizioni, di cui ci ha dato un gustosissimo assaggio con quattro pezzi (Preludio n. 1, Sensation d’être, Valzer-Liolà, La ballata delle streghe), che hanno ottenuto non solo richieste di bis, ma pure commossi applausi di convinta partecipazione» (Nino Agnello)
 
 
Opere di critica letteraria di Nino Agnello:
 
La narrativa di Cesare Pavese, Palermo 1982;
Agrigento in versi, Agrigento 1985;
Il fu Mattia Pascal di L.Pirandello, Palermo 1994;
La poesia di Carlo Betocchi, Foggia 200;
Neruda e Quasimodo, Palermo 2002;
Pino D’Agrigento, uno scrittore siciliano del Novecento, Agrigento 2004;
La nostalgia del padre, Cosenza 2007;
La presenza di Garibaldi nella letteratura italiana dell’Ottocento e Novecento, Arezzo 2007;
Empedocle, Frammenti, edizione bilingue, Cosenza 2008;
Il genio creativo di Nino Contino, Agrigento 2009.
 
Molti articoli e saggi brevi sono apparsi negli ultimi anni sulle riviste Oltre il muro, Sìlarus, L’asfodelo.
 
 

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                                L’ORMA DEL LUPO
                   PRIMO ROMANZO
                  DI VITO CATALANO
      NIPOTE DI LEONARDO SCIASCIA
 

LA presentare il primo romanzo di Vito Catalano, nipote di Leonardo Sciascia (L’orma del lupo, Avagliano Editore, €. 5,00) è stata la prof.ssa Rosalia Centinaro Savatteri, presso la libreria Capalunga di Agrigento, che ha proposto fin dalla sua apertura eventi di notevole spessore culturale. E mai presentazione fu più indicata, perché la famiglia Centinaro-Savatteri è legata alla famiglia di Leonardo Sciascia da una lunga e solida amicizia:
 
Conosco Vito Catalano fin da bambino, potrei dire fin da quando è nato, lo trovavo nella casa del nonno, alla Noce, in estate. – ha esordito la prof.ssa Rosalia Centinaro – Il nonno si illuminava in viso, quando parlava di Vito; quando raccontava le sue prime prodezze, lui, che era così parco di parole, diventava loquace. Gli voleva certamente molto bene. E Vito ha ricambiato e ripagato nel tempo questa predilezione del nonno.”  
 
IL CULTO DELLA “NOCE”-  Contrada Noce era la casa di campagna della famiglia Sciascia, dove lo scrittore scrisse quasi tutte le sue opere. Un luogo assai coinvolgente che non poteva catturare il modo di essere del nipote, come continua a raccontare la prof.ssa Centinaro:
 
Leonardo Sciascia alla Noce, 1982
“Ragazzo di 14, 15 anni, dopo la morte del nonno,Vito trascorreva da solo, dico da solo, intere estati nella casa della Noce, tra le cose del nonno, nella campagna del nonno, e, finite le scuole superiori, vi risiedeva, talora, d’inverno, quando la campagna si spopolava e la solitudine si faceva più completa. Vi confesso che mi dava preoccupazione il sapere, il vedere, perché dalla mia casa in contrada Noce, che sorge su un poggio di fronte a quello dello scrittore, lo vedevo questo ragazzo solo, pensavo ai pericoli che poteva correre, pensavo che poteva stare male, avere bisogno di qualcuno, di qualcosa. Quando lo incontravamo, io e mio marito, ci mettevamo a sua disposizione, gli dicevamo di non risparmiarci, qualora avesse avuto bisogno di qualche aiuto, di qualcosa. Ma Vito non ha mai avuto bisogno di qualcosa, non ha mai chiesto aiuto. Perciò l’ho anche ammirato per questa sua forza di carattere, per la sua ostinazione, per il suo coraggio e per l’amore che aveva per la casa e le cose del nonno, per la campagna, la natura, gli animali”
 
A CONTATTO DEI LIBRI, EMULO DEL NONNO – Come non maturare e maturarsi a contatto della biblioteca del nonno?
 
Presentazione del libro alla libreria Capalunga di Agrigento
“Vito, l’ho anche invidiato per la fortuna che aveva di potere accedere alla biblioteca del nonno, una biblioteca non comune per la quantità, qualità e la rarità dei libri; per la possibilità che aveva di rovistare tra le carte del nonno, le sue riviste, i suoi dattiloscritti, le sue bozze, le sue lettere, le molte che il nonno scriveva ad editori, direttori di giornali, amici e scrittori, e le tante che riceveva da intellettuali, scrittori, estimatori e critici di tutte le parti del mondo. Perché Vito da solo nella casa di campagna cosa poteva fare se non leggere e leggere?”
 
IL LIBRO – L’approdo naturale della formazione di Vito doveva essere lo scrivere libri. E in effetti il libro di cui parliamo oggi dimostra pienamente le qualità di uno scrittore, per la fresca levità, per la sobria eleganza del suo stile, per la capacità di avvincere ed emozionare il lettore, non soltanto per la trama coinvolgente, quanto per la tecnica narrativa che, secondo i casi, si fa concitata, discorsiva, dialogica, descrittiva, sempre nel rispetto della misura e delle proporzioni”
 
LA NARRAZIONE – La prof.ssa Centinaro non ha dubbi che si tratti di un romanzo che va oltre il semplice thriller. Intanto, perché la narrazione muove da un fatto di cronaca, la strage di uomini e animali che un lupo fece nel 1695 nel paese siciliano di Palazzolo Acreide E secondariamente, per aver dato voce e sentimenti a personaggi veri ma verosimili, conferendo volto, nome, dignità a quella “moltitudine di uomini che passa sulla terra, sulla sua terra, inosservata, senza lasciare traccia”. Il riferimento manzoniano è legato a filo doppio al concetto che dell’inesistenza della storia ha Leonardo Sciascia ne “Il Consiglio d’Egitto”.
 
“Il protagonista è il lupo, il lupo che tiene sospeso nel terrore e nella paura tutto il paese, e miete le sue vittime, ma sono le vittime e quanti vivono intorno a loro ad essere illuminati dal fascio di luce, che ne rivela la vita, l’animo, le passioni, i sogni, i dolori e le speranze… Tutte storie tenute insieme da un personaggio centrale, che dà unità e coerenza alla narrazione, e nel quale mi pare di sentire la voce, di cogliere il punto di vista dell’autore”
 
Rosalia Centinaro SavatteriL’IMPORTANZA DEL PAESAGGIO – La prof.ssa Centinaro pone anche l’accento sull’importanza del paesaggio agreste nell’economia della narrazione, rilievo e attenzione che forse rivela i lunghi periodi di solitudine trascorsi dall’autore nella campagna del nonno.
 
“Campi di grano, orti, frutteti, uliveti, siepi di oleandri e di rovi, il bosco, la boscaglia, la radura, il canneto, luoghi dove vivono le protti, conigli selvatici, ratti, e poi merli, ghiandaie, colombacci, gazze, luoghi dove si nasconde la fiera per assalire all’improvviso”
 
E attorno al lupo, identificato nell’immaginario come demonio, ruota la storia di un giallo che sarà chiarito dal personaggio principale.
 
CONCLUSIONI –  Non ci sono dubbi che Vito Catalano, per quanto abbia potuto assimilare dalle opere del nonno, si è ritagliato uno spazio tutto suo e che il suo libro costituisca un’ottima ouverture.
 
“Un’ottima ouverture anche per la tecnica narrativa composita, e per una forma stilistica chiara, essenziale ma elegante”
 
Non si può non condividere il giudizio calibrato della prof.ssa Rosalia Centinaro, perché il libro si legge tutto d’un fiato ed è talmente coinvolgente da dare l’impressione di trovarsi nei luoghi dove si svolgono le azioni. Alla fine si è talmente catturati da ricavarne il rimpianto che l’autore non abbia continuato a narrare. Ma sicuramente lo farà con ulteriori opere, che non mancheranno di emozionarci.

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LA DONNA E PIRANDELLO
 


Fece con una mano le corna e le agitò in aria.– Caro mio, vedi queste? Per noi, stemma di famiglia! non bisogna farseneE’ destino! Ognuno ha la sua croce. La nostra è qua. Calvario… La gente piglia moglie, come si piglia in mano la fisarmonica, che pare chiunque debba saperla suonare… Si sa, per altro, che le mogli è il loro mestiere d’ingannare i mariti. Quand’io sposai, figlio mio, tuo nonno mi disse  precisamente quel che poi io ripetei a te, parola per parola. Non volli ascoltarlo, come tu non hai voluto ascoltarmi. E si capisce!Ognuno vuol farne esperienza da sé.” (Luigi Pirandello, L’esclusa, romanzo)
 

Questo brano del romanzo L’esclusa riassume il dramma della donna, Marta Ajala, esclusa dal consorzio sociale per una colpa inesistente, e della suocera, allontanata dal marito, il quale a torto s’era creduto tradito. Pirandello denuncia la condizione femminile con un vigore che non ha uguali, e proprio ne L’esclusa raggiunge il diapason.
Il tema dell’esclusione era stato trattato mirabilmente da Goethe ne I dolori del giovane Werther: Werther è uno sradicato e si suicida, perché non riesce ad inserirsi nella società, non potendo contrarre un matrimonio felice con la donna che egli ama, ma dalla quale non è riamato, costituendo il matrimonio, per l’uomo del settecento, l’aspirazione e la realizzazione massima della borghesia. In Pirandello, il tema goethiano si salda con quello della concezione arcaica della famiglia e del possesso della donna, come oggetto di desiderio. Il matrimonio nella Girgenti dell’epoca, ancorchè celebrato in chiesa, era un contratto a tutti gli effetti, con il quale la donna  veniva data al marito assieme alla dote, con obblighi di sottomissione morale, sociale e sessuale. Il tradimento dell’uomo era giustificabile o giustificato, in virtù della sua signoria su tutti i componenti della gens, quello della donna era inammissibile e passibile irrecusabilmente di condanna. L’abbandono e il ripudio della donna erano temi tragici, radicati nella cultura classica: ricordiamo, a titolo d’esempio, Didone abbandonata da Enea, che si suicida, e Arianna che, abbandonata da Teseo, maledice e invoca la vendetta. E tale retaggio di passività era il frutto di incrostazioni tramandate, tali da costituire una vera filosofia sociale, fondata sul potere domestico, che veniva esercitato in tre forme: del marito sulla moglie, del padre sui figli, del padrone sui servi. L’allontanamento della madre di Rocco e

l’esclusione di Marta Ajala erano quindi un corollario scontato di un teorema che Pirandello aveva visto o sentito applicare tante volte. Fin qui niente di nuovo sotto il sole, se non fosse stato per l’ingiustizia dell’esclusione, che determinava l’avvertimento del ridicolo della situazione: il marchio infamante per una colpa inesistente. E’ dalla riflessione  sulla trappola irreversibile, che nasce il sentimento del contrario, perché un episodio apparentemente buffo si trasforma, a causa dei meccanismi sociali, in dramma e tragedia. L’esclusione è un “suicidio imposto”, la morte civile, la cancellazione sociale, un rito tribale. Nel caso del padre di Marta, che si lascia morire per autoesclusione, rappresenta anche la fine simbolica della famiglia arcaica, rigidamente impostata sul capostipite maschio, unico punto di riferimento e centro d’imputazione dell’onore e della rispettabilità gentilizia. Come Werther, il padre di Marta “si suicida” in difesa di un valore formale, se non superato, già entrato in crisi.
Le figure femminili nelle opere di Luigi Pirandello sono possenti, esseri che innalzano altissimo il loro lamento, schiacciate dal pregiudizio e dalle convenzioni sociali, prive di protezione e alla mercè del maschio. Ricordiamo: Eleonora Bandi della novella “Scialle nero”, che si sottrae allo stupro del rozzo giovanissimo marito, sposato per riparare alla precedente colpa, venendone scaraventata in un burrone; le quattro suore della novella Ignare, violentate rozzamente su un mercantile; Silvia Roncella del romanzo “Suo marito”, figura di scrittrice che si ribella al marito e al fatuo ambiente letterario, pagando ma affrancandosi dalla grettezza per raggiungere in un’aura superiore il vero richiamo dell’arte; la povera Mommina della commedia “Questa sera si recita a soggetto”,  che, oggetto della violenta esplosione di gelosia del marito, muore reclusa in casa mentre canta alle figlie “Leonora, addio” del Trovatore, favola della sua giovinezza. Tante, sono le figure femminili nelle opere di Pirandello piccole e grandi, tutte meritevoli di essere ricordate e che evidenziano la sua anima “femminile” e la sua vita contrassegnata, nel bene e nel male, da una presenza forte femminile che fornì ispirazioni irripetibili alla sua arte: la madre, Caterina Ricci Gramitto, la fidanzata tedesca Jenny Schulzt Lander, la moglie Antonietta Portolano, la figlia Lietta, l’attrice Marta Abba.

 

Nella novella “La rosa” la bestialità dei maschi, che vedono nella donna soltanto un corpo da conquistare, mette in risalto il dramma umoristico di una donna sensibile e pura, che è costretta a rinunciare a ricostruirsi una vita e una famiglia su nuove basi.  

LA ROSA
 
1. Nel bujo fitto della sera invernale il trenino andava col passo di chi sa che tanto ormai non arriva piú a tempo. In verità la signora Lucietta Nespi, vedova Loffredi, per quanto annojata e stanca del lungo viaggio in quella sudicia vettura di seconda classe, non aveva alcuna fretta d’arrivare a Péola.
Pensava… pensava…
Si sentiva trasportata da quel trenino, ma con l’anima era ancora nella lontana casa di Genova, abbandonata, le cui stanze, sgombre della bella mobilia ancor quasi nuova, miseramente svenduta, invece di sembrarle piú grandi, le erano sembrate piú piccole.
Che tradimento!
Aveva bisogno di vederle grandi, lei, molto grandi e belle, quelle stanze, nell’ultima visita d’addio, dopo lo sgombero, per poter dire un giorno, con orgoglio, nella miseria a cui discendeva:
– Eh, la casa che avevo a Genova…
Lo avrebbe detto lo stesso, di certo; ma in fondo all’anima, le era rimasta la disillusione di quelle stanze sgombre, così meschine.
E pensava anche alle buone amiche, dalle quali, all’ultimo, non era andata a licenziarsi, perché anch’esse, tutte, l’avevano tradita, pur dandosi l’aria di volerla ajutare a gara Oh sì, ajutarla, conducendole in casa tanti compratori onesti, a cui certo, prima, avevano magnificato l’occasione di potere aver per cinque ciò che era costato venti e trenta.
Così pensando, la signora Lucietta ora restringeva ora dilatava i begli occhietti vispi e, di tratto in tratto, con una rapida, speciosa mossetta che le era abituale levava una mano e si passava l’indice sul nasetto ardito e sospirava.
Era stanca veramente. Avrebbe voluto addormentarsi.
I suoi due bimbi orfani, loro sì, poveri amorini, s’erano addormentati: uno, il maggiore, disteso sul sedile sotto un mantelletto; l’altro qua, rinchioccito, col capino biondo su le gambe di lei. Chi sa, si sarebbe forse anch’ella addormentata, se avesse potuto in qualche modo appoggiare un gomito o il capo, senza svegliare il piccino, a cui le sue gambe facevano da guanciale.
Il sedile di fronte serbava l’impronta de’ suoi piedini, che vi avevano trovato un comodo sostegno, prima che fosse venuto a prender posto – ce n’erano tante di vetture, nossignori! – proprio lì – un omaccione su i trentacinque anni, barbuto, bruno in viso, ma con occhi chiari, verdastri: due occhi grandi, intenti e tristi.
La signora Lucietta ne aveva provato subito un grande fastidio. Il color chiaro di quei grandi occhi le aveva – chi sa perché – destato confusamente l’idea che il mondo, ovunque ella andasse, le sarebbe rimasto sempre estraneo ormai, e come lontano, lontanissimo e ignoto; e ch’ella vi si sarebbe sperduta, invano chiedendo ajuto, tra tanti occhi che sarebbero rimasti a guardarla, come quelli, con qualche velo di tristezza, sì, ma in fondo indifferenti. Per non vederli, teneva da un pezzo la faccia voltata verso il finestrino, quantunque di fuori non si scorgesse nulla.
Si vedeva solo, in alto, sospeso nella tenebra, il riflesso preciso della lampada a olio della vettura, con la rossa fiammella fumosa e vacillante, il vetro concavo dello schermo e l’olio caduto, che vi sguazzava. Pareva proprio che ci fosse un’altra lampada di là, la quale seguisse con pena, nella notte, il treno, quasi per dargli insieme conforto e sgomento.
– La fede…  – mormorò, a un certo punto, quel signore. La signora Lucietta si voltò con aria stordita:  – Che cosa?
– Quel lume che non c’è.
Ravvivando il sorriso e lo sguardo, la signora Lucietta levò un dito a indicar la lampada nel cielo della vettura.
– Eccolo qua!
Quel signore approvò piú volte col capo, lentamente; poi aggiunse, con un sorriso triste:
– Eh sì, come la fede… Accendiamo noi il lume di qua, nella vita; e lo vediamo anche di là; senza pensare che se si spegne qua, di là non c’è piú lume.
– È filosofo lei!  – esclamò la signora Lucietta.
Quegli alzò una mano dal pomo del bastone a un gesto vago e sospirò con un altro sorriso:
– Osservo…
Il treno si fermò per un gran pezzo davanti a una stazionuccia di passaggio. Non s’udiva alcuna voce e, cessato il rumor cadenzato delle ruote, l’attesa in quel silenzio pareva eterna e sbigottiva.
– Mazzano,  – mormorò il signore. – S’aspetta al solito la coincidenza.
Alla fine, giunse da lontano, lamentoso, il fischio del treno in ritardo.
– Eccolo…
Nel lamento di quel treno, che correva nella notte per la stessa via su cui tra poco anche lei sarebbe passata, la signora Lucietta udì per un momento la voce del suo destino, che, sì, proprio, la voleva sperduta nella vita insieme con quelle due creaturine.
Si riscosse dall’angoscia momentanea e domandò al compagno di viaggio:
– Ci vorrà ancor molto a Péola?
– Eh, – rispose quegli, – piú di un’ora… Scende a Péola anche lei?
– Io sì. Sono la nuova telegrafista io. Ho vinto il concorso Son riuscita la quinta, sa? M’hanno destinata a Péola!
– Ah, guarda… Sì, sì, la aspettavamo difatti per jeri sera.
La signora Lucietta s’animò tutta:
– E difatti, già,  – cominciò a dire; ma subito frenò lo slancio per non rompere il sonno al suo piccino. Aprì le braccia e, indicandolo con lo sguardo e poi indicando l’altro di là: – Ma vede come sono legata? – soggiunse.  – E da me sola… a dovermi staccare da tante cose…
– Lei è la vedova Loffredi, è vero?
– Sì…
E la signora Lucietta chinò gli occhi.
– Ma non si è saputo piú nulla? – domandò, dopo un breve e grave silenzio, quel signore.
– Nulla. Ma c’è chi sa!  – disse con un lampo negli occhi la signora Lucietta. – Il vero assassino del Loffredi, creda, non fu il sicario che lo colpì alle spalle e scomparve. Hanno voluto insinuare, per motivo di donne… No, sa! Vendetta. È stata una vendetta politica. Per il tempo che il Loffredi aveva da pensare alle donne, una gli era anche di troppo. Gli bastavo io. Si figuri, mi prese a quindici anni!
In così dire, il viso della signora Lucietta si fece rosso rosso, gli occhi le brillarono inquieti, sfuggirono di qua, di là, e alla fine si chinarono come dianzi.
Quel signore stette un pezzo ad osservarla, impressionato del rapido passaggio dall’eccitazione improvvisa all’improvvisa mortificazione.
Ma via! come prendere a lungo sul serio quell’eccitazione e questa mortificazione? Benché mamma di quei due piccini, pareva ancora una bambina, anzi una bamboletta; e s’era forse mortificata lei stessa d’aver con tanta fermezza e così in prima, asserito che il Loffredi, avendo per moglie una cosina così fresca e vispa come lei, non aveva potuto pensare ad altre donne.
Doveva essere sicura che nessuno, vedendola e sapendo che uomo era stato il Loffredi, le avrebbe creduto. Vivo il Loffredi, ella aveva dovuto averne, certo, una gran soggezione; forse, ricordandolo, ne aveva ancora. Ma non poteva soffrire si sospettasse che il Loffredi aveva potuto non curarsi di lei, e che ella era stata per lui una bamboletta e nient’altro. Voleva esser l’erede unica almeno di tutto il chiasso, che la tragica fine del fiero e impetuoso giornalista genovese aveva sollevato, circa un anno addietro, in tutta la stampa quotidiana d’Italia.
Fu molto soddisfatto quel signore d’avere così bene indovinato l’animo e l’indole di lei, allorché, spintala con brevi e accorte domande a parlare de’ suoi casi, n’ebbe la conferma dalla sua stessa bocca.
Una gran tenerezza s’impadronì allora di lui per le arie di libertà che si dava quella calandrella or ora uscita dal nido, inesperta ancora del volo; per le fiere proteste che faceva del suo avvedimento e del suo gran coraggio. Ah, che! che! non sarebbe mai perita lei. Figurarsi, dall’oggi al domani, sbalzata da uno stato all’altro, tra l’orrore e il trambusto della tragedia, non s’era perduta un momento; era corsa qua, era corsa là; aveva fatto questo e quest’altro, non tanto per se, no, quanto per quei due poveri piccini… ma via, sì, un po’ anche per sé, che in fin dei conti aveva appena vent’anni. Venti, già, e non li mostrava nemmeno. Un altro ostacolo, questo, e il piú dispettoso di tutti. Perché ognuno, vedendola accanita e disperata, si metteva a ridere, quasi ella non avesse il diritto d’accanirsi tanto, di disperarsi tanto. Ah che rabbia! Ma piú s’arrabbiava, e piú gli altri ridevano. E, ridendo, chi le prometteva una cosa e chi un’altra; ma tutti avrebbero voluto accompagnare la promessa con una carezzina che non osavano farle, ma che ella leggeva loro chiaramente negli occhi. S’era stancata, alla fine; e, pur d’uscirsene, eccola là: telegrafista a Péola!
– Povera signora! – sospirò, sorridendo anche lui, il compagno di viaggio.
– Povera perché?
– Eh… perché… vedrà, non si divertirà molto, a Péola!
E le diede qualche ragguaglio del paesello.
Per tutte le viuzze e le piazzette la noja, a Péola, era visibile e tangibile, sempre.
– Visibile? Come?
In una infinita moltitudine di cani, che dormivano da mane a sera, sdrajati su l’acciottolato delle vie. Non si svegliavano neanche per grattarsi, quei cani; o meglio, si grattavano, seguitando a dormire. E guaj a chi, a Péola, apriva la bocca per sbadigliare! Gli restava aperta per un’infilata di almeno cinque sbadigli alla volta. Entrata in bocca a uno, la noja non si risolveva a uscirne facilmente. E tutti, a Péola, per ogni cosa da fare chiudevano gli occhi e sospiravano:
– Domani..
Perché oggi o domani era lo stesso, cioè domani non era mai.
– Vedrà quanto poco avrà da fare all’ufficio del telegrafo, – concluse. – Non se ne serve mai nessuno. Vede questo trenino? Va col passo d’una diligenza. E anche la diligenza rappresenterebbe un progresso per Péola. La vita, a Péola, va ancora in lettiga.
– Dio Dio, lei mi spaventa! – disse la signora Lucietta.
– Non si spaventi, via! – sorrise quel signore. – Ora le do una buona notizia: fra pochi giorni avremo al Circolo una festa da ballo.
– Ah…
E la signora Lucietta lo guardò come colta in un lampo dal sospetto, che anche questo signore si volesse burlar di lei.
– Ballano i cani?  – domandò.
– No: i "civili" di Péola… Ci vada: si divertirà. Giusto il Circolo è su la piazza, vicino all’ufficio del telegrafo. Ha trovato l’alloggio?
La signora Lucietta rispose di sì, che lo aveva trovato, nella stessa casa che prima ospitava l’ufficiale telegrafico suo predecessore. Poi domandò:
– E lei, scusi… il suo nome?
– Silvagni, signora. Fausto Silvagni. Sono il segretario comunale.
– Oh guarda! Piacere.
– Mah!
E il Silvagni levò una mano dal pomo del bastone a un gesto sconsolato, atteggiando il volto d’un sorriso amarissimo, che gli velò d’intensa malinconia i grandi occhi chiari.
Il treno salutò con un fischio lamentoso la stazionuccia di Péola.
– Qua?
 
2. Tra quell’ampia chiostra di monti azzurrini qua e là spaccata da vaporose vallate, fosche di querci e d’abeti, gaje di castagni, Péola, col suo mucchietto di tetti roggi e i suoi quattro campaniletti scuri, le anguste piazzette sbieche e le viuzze scoscese tra case piccole vecchie e case un po’ piú grandi nuove, aveva dunque il privilegio d’ospitare la vedova di quel giornalista Loffredi, della cui tragica morte ancora avvolta nel mistero si seguitava di tanto in tanto a parlare nei giornali delle grandi città. Privilegio non comune, poter sapere dalla viva voce di lei tante cose che gli altri, nelle grandi città, non sapevano; ma anche solamente vederla e poter dire:
– Il Loffredi, vivo, tenne stretta fra le braccia quella cosina lì!
I "civili" di Péola ne erano tutti insuperbiti. Quanto ai cani, credo che in verità avrebbero seguitato a dormire pacificamente sdrajati per le viuzze e le piazzette del paese senza il minimo sentore di quel privilegio non comune, se tutt’a un tratto, essendosi sparsa la voce della cattiva impressione che avevano fatto e facevano col loro sonno continuo alla signora Lucietta la gente, specie i giovinetti ma anche gli uomini maturi, non si fossero messi a disturbarli, e cacciarli via a calci, o pestando i piedi e battendo le mani, per chiasso.
Le povere bestie si levavano da terra, piú stupite che seccate; guardavano di traverso, alzando appena un’orecchia: poi, alcune, ballonzolando su tre zampe con la quarta aggranchita e rattratta, andavano a sdrajarsi piú là. Ma che cos’era accaduto?
Forse l’avrebbero capito, se fossero stati cani un poco piú intelligenti e meno imbalorditi dal sonno. Bastava, santo Dio, fermarsi un po’ a guardare dalle imboccature della Piazzetta ove a nessuno di loro era piú permesso, non che di sdrajarsi, ma neppur di passare di corsa.
C’era in quella Piazzetta l’ufficio del telegrafo.
Si sarebbero accorti (se fossero stati cani un poco più intelligenti) che tutti, passando di là, specialmente i giovinotti, ma anche gli uomini maturi, pareva entrassero in un’altra aria, piú vivida, per cui il passo, i moti della persona, diventavano subito piú svelti, piú agili; e le teste si rigiravano come se, per un tuffo di sangue improvviso, non trovassero piú da rassettarsi entro il giro del colletto inamidato, e le mani si davano un gran da fare per tirar giú il panciotto e accomodar la cravatta.
Attraversata la piazzetta, erano poi tutti com’ebbri, ilari e nervosi; e, vedendo un cane:
– Passa via!
– Fuori dai piedi!
– Via di qua, brutta bestiaccia!
E anche sassate – non bastavano i calci – anche sassate tiravano, ohè!
Per fortuna, in ajuto di quei poveri cani, qualche finestra si spalancava di furia, e una testa di donna, con occhi feroci, tra due pugna tese rabbiosamente s’avventava a gridare:
– Ma che v’ha preso, manigoldi, contro codeste povere bestie?
Oppure:
– Anche lei? Anche lei, signor notajo? Come non si vergogna, scusi? Ma guarda che calcio a tradimento, povera bestiolina! Qua, cara, vieni qua… La zampina, guardate… le ha storpiata la zampina e se ne va col sigaro in bocca, come se non sapesse niente, vergogna, un uomo serio!
In breve, una vivissima simpatia venne a stabilirsi tra le brutte donne di Péola e quei poveri cani presi così tutt’a un tratto a perseguitare da’ loro uomini, mariti, padri, fratelli, cugini, fidanzati e in fine, per contagio, anche da tutti i ragazzacci.
Quell’aria nuova, che i loro uomini respiravano da alcuni giorni e per cui avevano gli occhi così lustri e l’aspetto stralunato, esse sì, le donne, un poco piú intelligenti dei cani (almeno alcune) l’avevano avvertita subito. S’era come diffusa sui raggi tetti ammuffiti e in ogni angolo del vecchio sonnolento paesello e lo ilarava tutto (agli occhi degli uomini, s’intende).
Ma sì. La vita… – angustie, noje, amarezze… – poi, tutt’a un tratto, ecco, si ride… Oh Dio, così… per niente – si ride. Se dopo giorni e giorni di bruma e di pioggia spunta un occhio di sole, non s’allegrano tutti i cuori? non traggono tutti i petti un respiro di sollievo? Ebbene, che cos’è? Niente, un occhio di sole; e la vita appare subito un’altra. Il peso della noja s’alleggerisce; i pensieri piú cupi s’inazzurrano; chi non è voluto uscir di casa, viene all’aperto… Ma sentite che buon odore di terra bagnata? Oh Dio come si respira bene… Frescura di funghi, eh? E tutti i disegni per la conquista dell’avvenire diventano facili, agevoli; e ciascuno si scrolla d’addosso il ricordo delle bussate piú solenni, riconoscendo che, via, aveva dato ad esse troppa importanza. Che diamine, su, su! Che, su? Ma sì, bisogna tenersi su… I baffi? Ma sì, anche i baffi su!
– Cara, perché non ti pettini un pochino meglio?
Effetti dell’occhio di sole spuntato improvvisamente a Péola nella piazzetta dell’ufficio telegrafico. Oltre la persecuzione ai cani, questa domanda di tanti mariti alla loro moglie:
– Perché, cara, non ti pettini un pochino meglio?
E mai, certo, da anni e anni, al Circolo, per via, nelle case, a passeggio, avevano canticchiato tanto, senza volerlo, senza saperlo, i "civili" di Péola.
La signora Lucietta vedeva e sentiva tutto questo. Il guizzare di tanti desiderii da occhi accesi che la seguivano in tutte le mosse e la carezzavano con lo sguardo voluttuosamente’ il calore di simpatia che la avvolgeva, inebriarono in breve anche lei.
Non ci sarebbe voluto tanto, perché già fremeva, friggeva di per sé, la signora Lucietta. Che impiccio le davano certe ciocchette di capelli. che le cadevano su la fronte appena chinava il capo per seguire con gli occhi il nastro di carta punteggiato che si svolgeva dalla macchinetta ticchettante sul tavolino dell’ufficio! Scrollava il capo e quasi sobbalzava, come per un vellicamento di sorpresa. E che improvvise caldane e che subitanei arresti di respiro, che finivano a un tratto in una stanca risatina! Oh, ma piangeva anche, sì, sì, piangeva in certi momenti, senza saper perché. Lagrime calde, brucianti, per un oscuro improvviso scompiglio nella mente, per uno strano orgasmo, che le dava un serpeggiar di smanie per tutto il corpo, un’insofferenza… Non poteva frenarle, quelle lagrime, e sbuffava, sbuffava di stizza, ma poi, subito dopo, per un nonnulla, ecco, si rimetteva a ridere.
Per non pensare a niente, per non andare svolazzando con la fantasia dietro ogni immagine comica o pericolosa, per non sorprendersi assorta in certe previsioni inverosimili, l’unica era d’attendere giudiziosamente al suo ufficio; raccogliersi, prendere a due mani e tener ben ferma l’attenzione; perché tutto procedesse là dentro in perfetta regola, con perfetto ordine. E ricordarsi, ricordarsi sempre che a casa intanto, affidati a una vecchia serva molto stupida e rozza, c’erano i suoi due poveri piccini orfani. Che pensiero era questo! Tirarli su, da sola, col suo lavoro, col suo sacrificio, quei figliuoli! miseramente, pur troppo; oggi qua, domani là, randagia con essi… E poi, quando sarebbero cresciuti, quando si sarebbero fatta una vita per loro, forse del suo sacrificio, di tutte le sue pene non avrebbero tenuto alcun conto. No, via! via! Erano ancor tanto piccini… Perché immaginare queste cose brutte? Sarebbe stata vecchia, lei, allora; sarebbe passato comunque il suo tempo; e quando il tempo è passato e si è vecchi, anche ai ricordi tristi siamo già abituati a far buon viso…
Chi diceva così? Lei, lo diceva. Ma non perché veramente le sorgessero spontanee nell’animo queste considerazioni affliggenti. Passava ogni mattina dall’ufficio, e talvolta anche sul tramonto, quando usciva dal Municipio, il segretario comunale, quel signor Silvagni incontrato sul treno. Si tratteneva un momento, lì sull’uscio o davanti lo sportello; le parlava di cose aliene, anche liete; rideva con lei della caccia che si dava ai cani, per esempio, e delle difese che ne prendevano le donne brutte del paese. Ma negli occhi di quell’uomo, in quei grandi occhi chiari, intenti e tristi che le restavano a lungo impressi nella memoria dopo ch’egli se n’era andato via, la signora Lucietta leggeva quelle considerazioni affliggenti. Il pensiero dei figliuoli, ogni volta, chi sa perché?, glielo richiamava lui, angosciosissimo; pur senza ch’egli ne avesse chiesto affatto o glien’avesse fatto parola per incidenza.
Tornava a sbuffare, a ripetersi che i suoi figliuoli erano ancor tanto piccini… e dunque, via! perché avvilirsi? non doveva e non voleva. Là, su, su, coraggio! Era giovine lei, per ora.. tanto giovine… e dunque…
– Come dice, signore? Ma sì: conti le parole del telegramma, e poi calcoli due soldi di piú. Vuole un modulo a stampa? No? Ah, tanto per saperlo… Ho capito. A rivederla, signore… Ma di niente, si figuri…
Quanti ne entravano all’ufficio a rivolgerle di quelle stupide domande! Come non ridere? Eran pur buffi davvero tutti quei signori di Péola. E quella commissione di giovinetti, soci del Circolo di compagnia, col loro bravo presidente anziano, entrata all’ufficio una mattina per invitarla alla famosa festa da ballo annunziatale in treno dal signor Silvagni! Che scena! Tutti con gli occhi spiritati, che da un canto pareva se la volessero mangiare e dall’altro provassero una strana maraviglia nell’accorgersi che da vicino ella aveva il nasetto così e così, così e così la bocca e gli occhi e la fronte, per non parlare che della testa soltanto! Ma i piú impertinenti erano anche i piú impacciati. Nessuno sapeva come cominciare:
– Vorrà farci l’onore… – È consuetudine annuale, signora…  – Una piccola soirée dansante…  – Oh, ma senza pretese, si figuri! – Festa in famiglia… – Ma sì, lasciate dire!  – È consuetudine annuale, signora…  – Ma via, che dice! basta che voglia veramente onorarci…
Si torcevano, si strizzavano le mani, si guardavano in bocca l’un l’altro nell’atto che si buttavano a parlare, mentre il presidente, che era anche il sindaco del paese, s’intozzava sempre piú, paonazzo dalla stizza. S’era preparato il discorso, lui, e non glielo lasciavano dire. S’era passato anche il cerotto con gran cura su la lunga ciocca di capelli rigirata sul cranio e aveva infilato i guanti canarini e inserito due dita, dignitosamente, tra i bottoni del panciotto.
– È consuetudine annuale, signora…
La signora Lucietta, confusa, per quanto con una gran voglia di ridere e tutta vermiglia in volto per quei pressanti inviti, piú degli occhi cupidi che delle labbra impacciate, cercò di schermirsi in prima: era ancora a lutto, lo sapevano… e poi, i due figliuoli… stava con loro la sera soltanto… non li vedeva per tutto il giorno… era usa metterli a letto lei… e poi aveva tante cose a cui attendere…
– Ma via! per una sera… – Poteva anche venire dopo averli messi a letto… – E non c’era la serva?… per una sera!
A uno dei giovanotti, nella furia, scappò detto finanche:
– Il lutto? Ma che sciocchezza!
Ebbe una gomitata in un fianco e non fiatò piú.
La signora Lucietta promise in fine che sarebbe andata, o piuttosto che avrebbe fatto di tutto per andare; ma poi, quando tutti se ne furono andati, rimase a guardarsi nella manina bianca posata su la veste nera il cerchietto d’oro che il Loffredi sposando le aveva messo al dito. La sua manina era allora così gracile: manina di ragazzetta; e ora che le dita erano un po’ ingrossate, quell’anellino le faceva male. Così stretto era, che non poteva cavarselo piú.
 
 
3.Nella camera da letto del vecchio quartierino mobigliato la signora Lucietta ora stava a dire a se stessa di no, che non sarebbe andata; e intanto dondolava  – aòh  – su le ginocchia il suo angioletto biondo, vestito di nero  – aòh, aòh – questo suo piú piccino, caro caro. che voleva ogni sera addormentarsi in braccio a lei.
L’altro, il maggiore, spogliato dalla vecchia serva taciturna, s’era messo da sé per benino nel suo tettuccio e… sì? Sì sì, che bellezza! già dormiva.
Con la maggior leggerezza di mano possibile la signora Lucietta prendeva ora a svestire il piccino già addormentato anch’esso in grembo a lei; pian pianino le scarpette, una e due; Pian pianino i calzini, uno… e due, e via ora i calzoncini insieme con le mutandine… e ora, ah ora veniva il difficile: sfilare i braccini dalle maniche del giubbetto alla cacciatora: su, piano piano, con l’ajuto della serva… non così, di qua… sì, giú… piano… piano, ecco fatto! E ora da quest’altra parte…
– No, amore… Sì, qua, qua con la mamma tua… è mamma tua qua… Lasciate, faccio da me… Rimboccate la coperta, piuttosto… sì, costà, pian pianino…
Ma perché poi così tanto pian pianino?
A un anno appena dalla tragica morte del marito voleva proprio andare a ballare? No, non sarebbe andata forse la signora Lucietta, se tutt’a un tratto, uscita dalla camera da letto nell’attigua saletta d’ingresso, non avesse visto davanti la finestra chiusa di quella saletta un prodigio, un vero prodigio.
Stava da tanti giorni in quel quartierino d’affitto, e non s’era neanche accorta che davanti la finestra della saletta d’ingresso ci fosse un vecchio portafiori di legno, tutto impolverato.
In quel portafiori, quasi all’improvviso, fuor di stagione, era sbocciata una magnifica rosa rossa.
La signora Lucietta restò dapprima a mirarla, stupita tra lo smortume della tappezzeria grigiastra, di quella sudicia saletta. Poi, dalla gioja di quella rosa rossa ebbe come un tuffo nel sangue. Vide vivo lì in quella rosa il suo desiderio ardente di godere una notte almeno. E liberatasi d’un tratto dalla perplessità che finora la aveva tenuta, dall’orrore dello spettro del marito, dal pensiero dei figli, corse, staccò dal gambo quella rosa e istintivamente, presentandosi davanti allo specchio su la mensola, se la accostò al capo.
Sì, là! Con quella sola rosa tra i capelli sarebbe andata alla festa, e i suoi vent’anni, e la sua gioja vestita di nero…
– Via!
 

4.Fu l’ebbrezza. fu il delirio, fu la pazzia.
Al suo primo apparire, quando già quasi tutti avevano perduto la speranza ch’ella venisse, le tre cupe sale del Circolo a pianterreno. divise da due larghe arcate, malamente illuminate da lampade a petrolio e da candele, parve che all’improvviso sfolgorassero di luce, tant’era acceso e quasi sbigottito dal fremito interno del sangue il suo visino, e così fulgidamente le sfavillarono gli occhi e così pazza di gioja le strideva quella rosa di fuoco tra i capelli neri.
Tutti gli uomini perdettero la testa. Irresistibilmente, sciolti d’ogni freno di convenienza, d’ogni riguardo alla gelosia delle mogli o delle fidanzate, all’invidia delle zitellone, figliuole, sorelle, cugine, sotto colore che bisognava accogliere con festa l’ospite forestiera, accorsero a lei in folla, con vivaci esclamazioni, e lì per lì, subito, poiché già le danze erano cominciate, senza neanche darle tempo di volgere un’occhiata attorno, presero a contendersela tra loro. Quindici, venti braccia le s’offrirono col gomito teso. Tutti da prendere; ma quale per primo? A uno per volta, sì… Avrebbe un po’ per volta ballato con tutti. Ecco, largo! largo! Su, e la musica? Ma che facevano i musicanti? S’erano anch’essi incantati a mirare? Musica! musica!
E via, tra i battimani, ecco spiccata la prima danza col vecchio sindaco e presidente del Circolo, in abito lungo.
– Ma bravo! ma bravo!
– Che scosci, guardate!
– Uh, le falde della finanziera… guardate, guardate quelle falde, come s’aprono e chiudono su i calzoni chiari!
– Ma bravo! ma bravo!
– Oh Dio, la ciocca! la ciocca incerottata… gli si stacca la ciocca!
– Che? La conduce a sedere? Di già? – E altre quindici, venti braccia col gomito teso le si parano davanti.
– Con me! con me!
– Un momento! un momento’
– L’ha promesso a me!
– No, prima a me!
Dio, che scandalo! Per miracolo non facevano a strattarsi l’un l’altro.
I respinti, in attesa che venisse il loro turno, si recavano mogi mogi a invitare altre dame, delle loro; qualcuna piú brutta, accettava ingrugnata; le altre, indignate, stomacate rifiutavano con un:
– Grazie tante!  – a schizzo.
E si scambiavano tra loro con occhi feroci sguardi di schifo, qualcuna scattava da sedere, faceva cenni violenti di volersene andare; invitava questa o quell’amica a seguirla: via tutte! via tutte! Non s’era mai vista simile indecenza!
Alcune quasi piangenti, altre tremanti di rabbia, si sfogavano con certi omicelli stremenziti nei vecchi abitucci lustri, di taglio antico, odoranti di pepe e di canfora. Come foglie secche, per non esser rapiti dal turbine, s’erano costoro ritratti al muro, riparati tra le oneste gonne di seta delle loro mogli o cognate o sorelle, goffe gonne a sbuffi e a falbalà, stridenti dei piú vivaci colori, verdi, gialle, rosse, celesti, che ermeticamente, con gran conforto delle loro nari e della loro coscienza, custodivano, così prese dal tanfo delle onorate cassapanche, gli arcigni pudori provinciali.
Il caldo a poco a poco nelle tre sale s’era fatto soffocante. Quasi una nebbia s’era diffusa dal vaporare della bestialità di tutti quegli uomini; bestialità ansante, bollente, paonazza, sudata, che del sudore, nelle brevi tregue allucinate, profittava con occhi folli per rassettarsi, incollarsi, rilisciarsi con mani tremanti sul capo, su le tempie, su la nuca i capelli bagnati, irsuti. E si ribellava ormai, quella bestialità con tracotanza inaudita a ogni richiamo della ragione: veniva una volta l’anno la festa! Del resto, nulla di male! Zitte e a posto le donne!
Fresca. leggera, tutta compresa nella sua gioja che respingeva ogni contatto brutale, ridendo e guizzando con scatti improvvisi, per appagarsi di se stessa, intatta e pura in quel suo momento di follia, agile fiamma volubile in mezzo al tetro fuoco di tutti quei ciocchi congestionati, la signora Lucietta, vinta la vertigine, divenuta lei stessa vertigine, ballava, ballava, senza piú nulla vedere, senza piú distinguere nessuno; e gli archi delle tre sale, i lumi, i mobili, le stoffe gialle, verdi, rosse, celesti delle signore, gli abiti neri e i candidi sparati delle camice degli uomini, tutto le s’avvolgeva ormai attorno in strisci vorticosi. Si staccava d’un balzo dalle braccia d’un ballerino, appena lo sentiva stanco, pesante, ansimante, e subito si buttava tra altre braccia, le prime che si vedeva tese davanti, e via, via per riavvolgersi in quegli strisci vorticosi, per farsi girare ancora attorno in frenetico scompiglio tutti quei lumi e tutti quei colori.
Seduto nell’ultima sala, accosto al muro in un canto quasi in ombra, Fausto Silvagni, con le mani sul pomo del bastone e su le mani la grossa barba fulva, da circa due ore la seguiva coi grandi occhi chiari, animati da un benigno sorriso. Egli solo intendeva tutta la purezza di quella folle gioja, e ne godeva; ne godeva come se quel tripudio innocente fosse un dono della sua tenerezza a lei.
Tenerezza solo? ancora solo tenerezza? non gli palpitava già troppo dentro, per essere ancora solo tenerezza?
Da anni e anni Fausto Silvagni con quei suoi occhi intenti e tristi guardava come da lontano ogni cosa; come remote ombre evanescenti, gli aspetti vicini; e dentro di sé, i suoi stessi pensieri e i suoi sentimenti.
Fallita per avversità di casi, per gravosi obblighi meschini la sua vita, spenta sul piú bello la luce di tanti sogni tenuta fin da ragazzo accesa con l’ardore di tutta l’anima (sogni che ora non poteva richiamare al suo ricordo senza strazio e senza rossore), rifuggiva dalla realtà, nella quale era costretto a vivere. Ci camminava; se la vedeva attorno; la toccava; ma nessun pensiero, nessun sentimento ne veniva piú a lui; e anche se stesso vedeva come lontano da sì, perduto in un esilio angoscioso.
Ora, in questo esilio, un sentimento all’improvviso era venuto a raggiungerlo; un sentimento ch’egli avrebbe voluto tener discosto per non riconoscerlo ancora. Non avrebbe voluto riconoscerlo, ma non osava piú neanche scacciarlo.
Non era forse volata da’ suoi sogni lontani, questa cara folle Atina vestita di nero, con una rosa di fiamma tra i capelli? Potevano anche essere i suoi sogni stessi, divenuti vivi, ora, in questa Atina, perchè egli, non avendo potuto raggiungerli allora sott’altra forma, in questa se li stringesse vivi e spiranti tra le braccia… Chi sa! Non poteva fermarla, trattenerla e ritornare per essa e con essa finalmente dal suo lontano esilio? Se egli non la fermava, se egli non la tratteneva, chi sa dove e come sarebbe andata a finire, quella povera fatina folle. Aveva bisogno d’ajuto, anche lei, bisogno di guida e di consiglio, così sperduta anche lei in un mondo non suo, e con quella gran voglia di non perdersi, ma anche ahimé, di godere. Quella rosa lo diceva, quella rosa rossa tra i capelli…
Fausto Silvagni guardava da un pezzo, costernato, quella rosa. Non sapeva perché. La vedeva su quel capo come una fiamma… Si scoteva tanto quella testolina folle; come non cascava quella rosa? Ebbene, temeva di questo? Non sapeva dirselo, e seguitava a guardarla, costernato.
Dentro, intanto, sotto sotto, il cuore gli diceva, tremando:
– "Domani; domani o uno di questi giorni, parlerai… Ora lascia ch’ella balli così, come una fatina folle…"
Ma ormai la maggior parte dei cavalieri cascavano a pezzi dalla stanchezza; si dichiaravano vinti e si voltavano attorno, come ubriachi, in cerca delle loro donne andate via. Solo sei o sette ancora resistevano, accaniti, tra cui due anziani – chi l’avrebbe creduto? – il vecchio sindaco in abito lungo e il notajo vedovo, tutt’e due in uno stato miserando, con gli occhi schizzanti dalle orbite, le facce sudate, infocate, impiastricciate di tintura, la cravatta di traverso, la camicia spiegazzata, tragici in quel loro furore senile. Erano stati finora respinti dai giovanotti; ora, frenetici, si rilanciavano per farsi buttare uno dopo l’altro come balle su le seggiole, appena compiuti due giri.
Era la stretta finale, l’ultima danza.
Se li vide tutti e sette attorno, sopra, aggressivi, furibondi, la signora Lucietta.
– Con me! con me! con me! con me!
N’ebbe sgomento. D’un tratto le s’avventò agli occhi la bestiale sovreccitazione di quegli uomini, e al pensiero ch’essi avessero potuto bestialmente accendersi per la sua innocente festività, provò ribrezzo, onta. Volle fuggire, sottrarsi a quell’aggressione: ma, allo scatto di cerbiatta, i capelli già un po’ allentati le cascarono; e la rosa giú – a terra.
Fausto Silvagni si tirò su a guardare, come sospinto dal presentimento oscuro d’un imminente pericolo. Ma già quei sette s’eran precipitati a raccogliere la rosa. Riuscì a ghermirla il vecchio sindaco, a costo d’un tremendo sgraffio alla mano.
– Eccola! – gridò, e corse con gli altri a porgerla alla signora Lucietta riparata in fondo alla seconda sala per ricomporsi alla meglio i capelli. – Eccola qua… Ma no, che grazie! Ora lei… – (non aveva piú fiato da parlare, il vecchio sindaco; la testa gli ciondolava)  – … ora lei deve far la scelta… ecco… deve offrirla, qua, a uno…
– Bravo! bene!
– A uno… a sua scelta… bravissimo!
– Vediamo! Vediamo!
– A chi ’offre? A sua scelta!
– Il giudizio di Paride!
– Silenzio! Vediamo a chi l’offre!
Anelante, col braccio teso e la bellissima rosa alta nella mano, la signora Lucietta guardò quei sette infuriati, come, voltandosi nel sentirsi sopraffatta, una preda inseguita i suoi assalitori. Intuì subito che volevano a ogni costo ch’ella si compromettesse.
– A uno? a mia scelta? – gridò all’improvviso, con un lampo negli occhi.  – Ebbene, sì… a uno l’offrirò… Ma scostatevi prima… scostatevi tutti! No, piú… piú… ecco, così… L’offrirò… l’offrirò…
Saettava con lo sguardo ora l’uno ora l’altro, come fosse incerta nella scelta e incerti e goffi, con le mani protese e nelle facce brutali e stravolte una smorfia d’implorazione sguajata, quei sette pendevano dal visino di lei ora sfolgorante di malizia, allorché d’un balzo ella, sguizzando tra gli ultimi due alla sua manca, prese la corsa verso la prima sala. Aveva trovato lo scampo: offrire la rosa a uno di quelli che se n’erano stati tutta la serata quieti a guardare, seduti accosto al muro: a uno qual si fosse, il primo che capitava in direzione della corsa.
– Ecco qua! L’offro qua a…
Si trovò davanti i grandi occhi chiari di Fausto Silvagni. Smorì d’un tratto; restò un momento come sospesa, confusa, tremante, alla vista del volto di lui; le sfuggì un’esclamazione sommessa: – Oh Dio… – ma si riprese subito:
– Sì, per carità… ecco, a lei, prenda, prenda signor Silvagni!
Fausto Silvagni prese la rosa e si voltò con un sorriso vano, squallido, a guardare quei sette che s’erano precipitati appresso a lei gridando come ossessi:
– No, che c’entra lui?  – A uno di noi!  – Doveva offrirla a uno di noi!
– Non è vero!  – protestò la signora Lucietta battendo un piede fieramente.  – S’è detto a uno, e basta! E io l’ho offerta qua al signor Silvagni!
– Ma questa è una dichiarazione d’amore bell’e buona!  – gridarono allora quelli.
– Che?  – ripigliò la signora Lucietta, facendosi in volto di bragia.  – Ah, nossignori, prego! Sarebbe stata una dichiarazione, se la avessi offerta a uno di loro! Ma l’ho offerta al signor Silvagni, che non s’è mosso, tutta la serata, e che dunque non può crederlo, è vero? non può crederlo! Come non possono crederlo neanche loro!
– Ma sì, ma sì che noi lo crediamo! Lo crediamo invece benissimo! Anzi! tanto piú lo crediamo; – protestarono quelli a coro. – Proprio a lui oh! proprio a lui!
La signora Lucietta si sentì tutta sconvolgere da un dispetto feroce. Non era piú uno scherzo ormai! la malignità schizzava da quegli occhi, da quelle bocche; era chiara nei loro ammiccamenti, nei loro grugniti l’allusione alle visite del Silvagni all’ufficio, alla bontà ch’egli le aveva dimostrato fin dal suo arrivo. E quel pallore, intanto, quel turbamento di lui davano esca ai sospetti maligni. Perché quel pallore, quel turbamento Poteva forse credere anche lui, che ella?… Non era possibile! E perché allora? Forse perché lo credevano gli altri! Invece d’impallidire e di turbarsi a quel modo, avrebbe dovuto protestare! Non protestava; impallidiva sempre piú, e una crudele sofferenza gli s’acuiva di punto in punto negli occhi.
Intuì tutto in un lampo la signora Lucietta, e n’ebbe come uno schianto. Ma in quell’attimo d’angosciosa perplessità, di fronte alla sfida di quei sette impudenti sconfitti che seguitavano a strillarle intorno con furia dilaniatrice:
– Ecco! ecco, vede? Lo dice lei, ma non lo dice lui!
– Come non lo dice?  – gridò, lasciando prevalere, tra il guizzare e il cozzare di tanti opposti sentimenti, il dispetto.
E, facendosi innanzi al Silvagni, agitata da un fremito convulso, guardandolo negli occhi, gli domandò:
– Può lei credere sul serio che, offrendole codesta rosa, io abbia voluto farle una dichiarazione?
Fausto Silvagni restò un momento a guardarla con quel sorriso squallido di nuovo sulle labbra.
Povera Atina, forzata dall’impeto bestiale di quegli uomini a uscire dal cerchio magico di quella pura gioja, di quell’innocente ebbrezza, nella quale come una pazzerella s’era aggirata! Ecco che ora, pur di difendere di tra l’accanimento dei brutali appetiti di quegli uomini l’innocenza del dono di quella rosa, l’innocenza di quella sua folle gioja d’una sera, esigeva da lui la rinunzia a un amore che sarebbe durato per tutta la vita, una risposta che valesse per ora e per sempre, la risposta che doveva far subito appassire tra le sue dita quella rosa.
Sorgendo in piedi e guardando con fredda fermezza quegli uomini negli occhi, disse:
– Non solo non posso crederlo io; ma stia sicura che non lo crederà mai nessuno, signora. Ecco a lei la rosa; o non posso, la butti via lei.
La signora Lucietta riprese con mano non ben ferma quella rosa e la buttò via in un canto.
– Ecco, sì grazie – disse; sapendo bene ormai ciò che con quella rosa d’un momento aveva buttato via per sempre.
 

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PIRANDELLO, SCIASCIA, EMPEDOCLE

E L’INTERPRETAZIONE DELL’ARTE

 

Nell’anno in cui ricorre il  500° anniversario della morte del grande pittore Giorgione (1477-1510) e il 90° anniversario della morte di Amedeo Modigliani (1884-1920) non si poteva passare sotto silenzio quel rapporto privilegiato che Empedocle, Sciascia e Pirandello avevano con la pittura e l’arte in generale.

 

Ma  un’altra ricorrenza si aggiunge relativamente a Pirandello che nel 1910 (cento anni fa) pubblicò la raccolta di novelle “La vita nuda”, così chiamata dal titolo della prima novella, che con il mondo dell’arte (la scultura e anche il disegno) ha molto da spartire.

 

Empedocle e la pittura

 

Empedocle di AgrigentoEmpedocle, pur facendo parte di una famiglia nobile dell’antica Akragas – per i nobili lavorare era considerata allora un’indegnità – fu un grande esperto di “technai”: fu medico, ingegnere, farmacista, biologo, fisico, oltre che poeta e scrittore. Un personaggio geniale a tutto campo, che non è escluso abbia sperimentato per diletto o per motivi d’insegnamento la pittura. Nei suoi frammenti (pochissimi ce ne sono pervenuti, purtroppo) si trova un preciso riferimento all’arte pittorica, in cui dimostra spirito di osservazione e competenza.

 

 

Come esperto pittore

sa i suoi quadri variar,

da appendere in dono ai numi

alle colonne del tempio,

con mano alacre pigliando

ora questo or quel color,

mischiandoli con tale armonia

da ottener immagini simili agli oggetti:

uomini, donne, fiere, piante

e uccelli d’acqua nutriti

oppure i numi di secoli lunghissimi

celebri per gli inni

e di onori eccellenti;

così per certo la mente non s’inganna

se narra che ogni cosa mortale

è fonte soltanto di quegli elementi.

 

Sciascia e la pittura

 

« L’aveva sempre un po’ inquietato l’aspetto stanco della morte, quasi volesse dire che stancamente, lentamente, arrivava quando ormai della vita si era stanchi. Stanca la morte, stanco il suo cavallo: altro che il cavallo del Trionfo della morte e di Guernica. E la morte, nonostante i minacciosi orpelli delle serpi e della clessidra, era espressiva più di mendicità che di trionfo. «La morte si sconta vivendo». Mendicante, la si mendica. In quanto al diavolo, stanco anche lui, era troppo orribilmente diavolo per essere credibile. […] Ma il Diavolo era talmente stanco da lasciar tutto agli uomini, che sapevano fare meglio di lui. E il Cavaliere […], dentro la sua corazza forse altro Durer non aveva messo che la vera morte, il vero diavolo: ed era la vita che si credeva in sé sicura: per quell’armatura, per quelle armi. »

 (Leonardo Sciascia, Il Cavaliere e la Morte)

 

 

Il rapporto con la pittura è fondamentale in Leonardo Sciascia. Diciamo che il suo vedere, il ricordare passa dalle immagini, prima che dal pensare e dallo scrivere. E non solo. La pittura gli fornisce argomenti decisivi, come possiamo dedurre dal romanzo Il cavaliere e la morte, nel quale peraltro si unisce la sua vicenda personale, quasi per premonizione.

In Todo modo il protagonista è un pittore anonimo e l’antagonista, Don Gaetano, è l’esemplificazione del male e del Demonio, desunta da una rappresentazione pittorica che gli aveva fornito l’ispirazione: il quadro del manierista Rutilio Manetti (1571-1639), La tentazione di Sant’Antonio. Una rappresentazione simbolica, con il Santo che legge, mentre il diavolo che porta un paio di occhiali lo sta inducendo all’inganno dell’intelletto: tentazione deleteria quella del sapere.

L’inganno dell’intelletto è quello di rimuovere l’angoscia esistenziale, cercando di ingannare la memoria a non vedere l’abisso che chiama l’abisso, in cui si è cacciata l’umanità.

 

«Che cos’è la chiesa? (…)

«E’ una zattera, La zattera della Medusa, se vuole, ma una zattera».

«Ricordo il quadro di Géricault, ma non ricordo bene che cosa è accaduto su quella zattera, anche se parecchi mesi fa ho letto tutto un libro. Qualcosa di terribile: proverbialmente… Si è salvato qualcuno, su quella zattera?».

«Quindici, su centoquarantanove: forse troppi… Oh no, non dico per la Zattera della Medusa: dico per quella della Chiesa. Il dieci è percentuale piuttosto alta».

«E quello che hanno fatto quei quindici per salvarsi?»

«Non mi interessa. Cioè: non mi interessa dal momento che La zattera della Medusa è metafora, per me, di ciò che è la Chiesa».

«Preferisco perire subito, nel naufragio».

«Ma no, lei sta nuotando per raggiungere la zattera. Perché il naufragio c’è già stato…».  (Leonardo Sciascia, Todo modo)

 

E’ la verità dell’arte, dei libri, della scrittura, della cultura dei valori

, della razionalità, della vera e autentica religione, l’unica a poter far raggiungere all’uomo la salvezza terrena e ultraterrena.

 

Pirandello e l’arte

 

Pirandello amava dipingere. Ad Anticoli Corrado, dove si recava spesso, diventava irreperibile per chiunque: esisteva solo la pittura.

 

«Più d’uno cercava uno scrittore, sì, un Pirandello scrittore. Io ero intento a dipingere. Dapprima non ho risposto. Ho finto di niente. Ma ce n’era uno di quelli che vogliono andare risolutamente fino in fondo alle cose. Mi si è avvicinato: e ancora a chiedermi se ero io, che non poteva sbagliarsi… Alla fine ho detto per tagliar corto ch’ero un pittore e che non conoscevo alcun Pirandello scrittore»

 

Al di là di quest’episodio umoristico, confessato ad un amico, la visione dell’arte aveva una grande importanza per la sua scrittura. Nell’arte è immanente il contrasto tra vita e forma, perché pur volendo l’artista raggiungere l’assoluto non può fissare la vita se non in una forma, che in quanto tale rimane fredda forma che non vive, perché la vita è flusso inarrestabile. Già nella novella La vita nuda questo contrasto era emerso nella scultura-simbolo di una donna nuda bellissima – la protagonista- che deve sposare la morte, uno scheletro panneggiato, a rappresentare la vita sempre viva e trionfante sulla la morte che vorrebbe ghermirla. Nella commedia Diana e la Tuda, che Pirandello attinge a piene mani dalla novella La vita nuda, viene portato all’esasperazione il sogno di una perfetta bellezza dell’arte dello scultore Sirio e il sogno di un’assoluta pienezza della vita del suo maestro Giuncano, entrambi irrealizzabili.

 

GIUNCANO: Fanne ora una statua! Tutta un fremito continuo di vita: ogni attimo un’altra!|

SIRIO: Già! E se non la fermi in un gesto in cui consista, che è? Nulla.

TUDA: Come, come? Io, nulla!

GIUNCANO: Vita! Vita!

SIRIO: – che passa –

GIUNCANO: – appunto! –

SIRIO: – oggi non più quella di ieri, domani non più questa d’oggi: ogni attimo un’altra: tante! Io la faccio una: quella (indica di là, la statua) per sempre!

TUDA: Grazie! Una statua.

GIUNCANO: Una – e per sempre – che non si muova più?

SIRIO: E’ l’ufficio dell’arte –

GIUNCANO: (subito, forte) – e della morte…

 

LA VITA NUDA

Già pubblicata nel 1910, la raccolta La vita nuda includeva diciassette novelle, che vennero ridotte a quindici quando fu ripubblicata nel 1922, diventando il secondo volume delle Novelle per un anno. Include racconti le cui prime edizioni risalgono agli anni fra il 1902 ed il 1907: del 1902 quella di Il dovere del medico (da cui l’autore trasse nel 1913 il dramma Il dovere del medico); del 1904 quelle di Nel segno, di La fedeltà del cane e di La buon’anima; del 1905 quelle di Acqua amara, di Paolino e Mimì, di La casa del Granella e di Senza malizia; del 1906 quelle di La toccatina, di Tutto per bene (da cui l’autore trasse nel 1920 il dramma Tutto per bene) e di L’uscita del vedovo; del 1907 quelle di La vita nuda, di Pari e di Distrazione.

– Un morto, che pure è morto, caro mio, vuole anche lui la sua casa. E se è un morto per bene, bella la vuole; e ha ragione! Da starci comodo, e di marmo la vuole, e decorata anche. E se poi è un morto che può spendere, la vuole anche con qualche profonda… come si dice? allegoria, già!, con qualche profonda allegoria d’un grande scultore come me: una bella lapide latina: HIC JACET… chi fu, chi non fu… un bel giardinetto attorno, con l’insalatina e tutto, e una bella cancellata a riparo dei cani e dei…
– M’hai seccato! – urlò, voltandosi tutt’acceso e in sudore, Costantino Pogliani.
Ciro Colli levò la testa dal petto, con la barbetta a punta ridotta ormai un gancio, a furia di torcersela; stette un pezzo a sbirciar l’amico di sotto al cappelluccio a pan di zucchero calato sul naso, e con placidissima convinzione disse, quasi posando la parola:
– Asino.
Là.
Stava seduto su la schiena; le gambe lunghe distese, una qua, una là, sul tappetino che il Pogliani aveva già bastonato ben bene e messo in ordine innanzi al canapè.
Si struggeva dalla stizza il Pogliani nel vederlo sdrajato lí, mentr’egli s’affannava tanto a rassettar lo studio, disponendo i gessi in modo che facessero bella figura, buttando indietro i bozzettacci ingialliti e polverosi, che gli eran ritornati sconfitti dai concorsi, portando avanti con precauzione i cavalletti coi lavori che avrebbe potuto mostrare, nascosti ora da pezze bagnate. E sbuffava.
– Insomma, te ne vai, sí o no?
– No.
– Non mi sedere lí sul pulito, almeno, santo Dio! Come te lo devo dire che aspetto certe signore?
– Non ci credo.
– Ecco qua la lettera. Guarda! L’ho ricevuta ieri dal commendator Seralli: Egregio amico, La avverto che domattina, verso le undici…
– Sono già le undici?
– Passate!
– Non ci credo. Seguita!
– …verranno a trovarLa, indirizzate da me, la signora Con… Come dice qua?
– Confucio.
– Cont… o Consalvi, non si legge bene, e la figliuola, le quali hanno bisogno dell’opera sua. Sicuro che… ecc. ecc.
– Non te la sei scritta da te, codesta lettera? – domandò Ciro Colli, riabbassando la testa sul petto.
– Imbecille! – esclamò, gemette quasi, il Pogliani che, nell’esasperazione, non sapeva piú se piangere o ridere.
Il Colli alzò un dito e fece segno di no.
– Non me lo dire. Me n’ho per male. Perché, se fossi imbecille, ma sai che personcina per la quale sarei io? Guarderei la gente come per compassione. Ben vestito, ben calzato, con una bella cravatta elioprò… eliotrò… come si dice?… tropio, e il panciotto di velluto nero come il tuo… Ah, quanto mi piacerei col panciotto di velluto come il tuo, scannato miserabile che non sono altro! Senti. Facciamo cosí, per il tuo bene. Se è vero che codeste signore Confucio debbono venire rimettiamo in disordine lo studio, o si faranno un pessimo concetto di te. Sarebbe meglio che ti trovassero anche intento al lavoro, col sudore… come si dice? col pane… insomma col sudore del pane della tua fronte. Piglia un bel tocco di creta, schiaffalo su un cavalletto e comincia alla brava un bozzettuccio di me cosí sdrajato. Lo intitolerai Lottando, e vedrai che te lo comprano subito per la Galleria Nazionale. Ho le scarpe… sí, non tanto nuove; ma tu, se vuoi, puoi farmele nuovissime, perché come scultore, non te lo dico per adularti, sei un bravo calzolajo…
Costantino Pogliani, intento ad appendere alla parete certi cartoni, non gli badava piú. Per lui, il Colli era un disgraziato fuori della vita, ostinato superstite d’un tempo già tramontato, d’una moda già smessa tra gli artisti; sciamannato, inculto, noncurante e con l’ozio ormai incarognito nelle ossa. Peccato veramente, perché poi, quand’era in tèmpera di lavorare, poteva dar punti ai migliori. E lui, il Pogliani, ne sapeva qualche cosa, ché tante volte, lí nello studio, con due tocchi di pollice impressi con energica sprezzatura s’era veduto metter su d’un tratto qualche bozzetto che gli cascava dallo stento. Ma avrebbe dovuto studiare, almeno un po’ di storia dell’arte, ecco; regolar la propria vita; aver un po’ di cura della persona: cosí cascante di noja e con tutta quella trucia addosso, era inaccostabile, via! Lui, il Pogliani… ma già lui aveva fatto finanche due anni d’università, e poi… signore, campava sul suo… si vedeva…
Due discreti picchi alla porta lo fecero saltare dallo sgabello su cui era montato per appendere i cartoni.
– Eccole! E adesso? – disse al Colli, mostrandogli le pugna.
– Loro entrano e io me ne esco, – rispose il Colli senza levarsi. – Ne stai facendo un caso pontificale! Del resto, potresti anche presentarmi, pezzo d’egoista!
Costantino Pogliani corse ad aprir la porta, rassettandosi su la fronte il bel ciuffo biondo riccioluto.
Prima entrò la signora Consalvi, poi la figliuola: questa, in gramaglie, col volto nascosto da un fitto velo di crespo e con in mano un lungo rotolo di carta; quella, vestita d’un bell’abito grigio chiaro, che le stava a pennello su la persona formosa. Grigio l’abito, grigi i capelli, giovanilmente acconciati sotto un grazioso cappellino tutto contesto di violette.
La signora Consalvi dava a veder chiaramente che si sapeva ancor fresca e bella, a dispetto dell’età. Poco dopo, sollevando il crespo sul cappello, non meno bella si rivelò la figliuola, quantunque pallida e dimessa nel chiuso cordoglio.
Dopo i primi convenevoli, il Pogliani si vide costretto a presentare il Colli che era rimasto lí con le mani in tasca, e mezza sigaretta spenta in bocca, il cappelluccio ancora sul naso; e non accennava d’andarsene.
– Scultore? – domandò allora la signorina Consalvi invermigliandosi d’un subito per la sorpresa: – Colli… Ciro?
– Codicillo, già! – disse questi impostandosi su l’attenti, togliendosi il cappelluccio e scoprendo le folte ciglia giunte e gli occhi accostati al naso. – Scultore? perché no? Anche scultore.
– Ma mi avevano detto, – riprese, impacciata, contrariata, la signorina Consalvi, – che lei non stava piú a Roma…
– Ecco… già! io… come si dice? Passeggio, – rispose il Colli. – Passeggio per il mondo, signorina. Stavo prima ozioso fisso a Roma, perché avevo vinto la cuccagna: il Pensionato. Poi…
La signorina Consalvi guardò la madre che rideva, e disse:
– Come si fa?
– Debbo andar via? – domandò il Colli.
– No, no, al contrario, – s’affrettò a rispondere la signorina. – La prego anzi di rimanere, perché…
– Combinazioni! – esclamò la madre; poi, rivolgendosi al Pogliani: – Ma si rimedierà in qualche modo… Loro sono amici, non è vero?
– Amicissimi, – rispose subito il Pogliani.
E il Colli:
– Mi voleva cacciar via a pedate un momento fa, si figuri!
– E sta’ zitto! – gli diede su la voce il Pogliani. – Prego, signore mie, s’accomodino. Di che si tratta?
– Ecco, – cominciò la signora Consalvi, sedendo. – La mia povera figliuola ha avuto la sciagura di perdere improvvisamente il fidanzato.
– Ah sí?
– Oh!
– Terribile. Proprio alla vigilia delle nozze, si figurino! Per un accidente di caccia. Forse l’avranno letto su i giornali. Giulio Sorini.
– Ah, Sorini, già! – disse il Pogliani. – Che gli esplose il fucile?
– Su i primi del mese scorso… cioè, no… l’altro… insomma, fanno ora tre mesi. Il poverino era un po’ nostro parente: figlio d’un mio cugino che se n’andò in America dopo la morte della moglie. Ora, ecco, Giulietta (perché si chiama Giulia anche lei)…
Un bell’inchino da parte del Pogliani.
– Giulietta, – seguitò la madre, – avrebbe pensato d’innalzare un monumento nel Verano alla memoria del fidanzato, che si trova provvisoriamente in un loculo riservato; e avrebbe pensato di farlo in un certo modo… Perché lei, mia figlia, ha avuto sempre veramente una grande passione per il disegno.
– No… cosí… – interruppe, timida, con gli occhi bassi, la signorina in gramaglie. – Per passatempo, ecco..
– Scusa, se il povero Giulio voleva anzi che prendessi lezioni…
– Mamma, ti prego… – insisté la signorina. – Io ho veduto in una rivista illustrata il disegno del monumento funerario del signore qua… del signor Colli, che mi è molto piaciuto, e…
– Ecco, già, – appoggiò la madre, per venire in ajuto alla figliuola che si smarriva.
– Però, – soggiunse questa, – con qualche modificazione l’avrei pensato io…
– Scusi, qual è? – domandò il Colli. – Ne ho fatti parecchi, io, di questi disegni, con la speranza di avere almeno qualche commissione dai morti, visto che i vivi…
– Lei, scusi, signorina, – interloquí il Pogliani, un po’ piccato nel vedersi messo cosí da parte, – ha ideato un monumento su qualche disegno del mio amico?
– No, proprio uguale, no… ecco, – rispose vivacemente la signorina. – Il disegno del signor Colli rappresenta la Morte che attira la Vita, se non sbaglio…
– Ah, ho capito! – esclamò il Colli. – Uno scheletro col lenzuolo, è vero? che s’indovina appena, rigido, tra le pieghe, e ghermisce la Vita, un bel tocco di figliuola che non ne vuol sapere… Sí, sí… Bellissimo! Magnifico! Ho capito.
La signora Consalvi non poté tenersi di ridere di nuovo, ammirando la sfacciataggine di quel bel tipo.
– Modesto, sa? – disse il Pogliani alla signora. – Genere particolare.
– Sú, Giulia, – fece la signora Consalvi levandosi. – Forse è meglio che tu faccia vedere senz’altro il disegno.
– Aspetta, mamma. – pregò la signorina. – È bene spiegarsi prima con il signor Pogliani, francamente. Quando mi nacque l’idea del monumento, devo confessare che pensai subito al signor Colli. Sí. Per via di quel disegno. Ma mi dissero, ripeto, che Lei non stava piú a Roma. Allora m’ingegnai d’adattare da me il suo disegno all’idea al sentimento mio, a trasformarlo cioè in modo che potesse rappresentare il mio caso e il proposito mio. Mi spiego?
– A meraviglia! – approvò il Pogliani.
– Lasciai, – seguitò la signorina, – le due figurazioni della Morte e della Vita, ma togliendo affatto la violenza dell’aggressione, ecco. La Morte non ghermisce piú la Vita, ma questa anzi, volentieri, rassegnata al destino, si sposa alla Morte.
– Si sposa? – fece il Pogliani, frastornato.
– Alla Morte! – gli gridò il Colli. – Lascia dire!
– Alla Morte, – ripeté con un modesto sorriso la signorina. – E ho voluto anzi rappresentare chiaramente il simbolo delle nozze. Lo scheletro sta rigido, come lo ha disegnato il signor Colli, ma di tra le pieghe del funebre paludamento vien fuori, appena, una mano che regge l’anello nuziale. La Vita, in atto modesto e dimesso, si stringe accanto allo scheletro e tende la mano a ricevere quell’anello.
– Bellissimo! Magnifico! Lo vedo! – proruppe allora il Colli. – Questa è un’altra idea! stupenda! un’altra cosa, diversissima! stupenda! L’anello… il dito… Magnifico!
– Ecco, sí, – soggiunse la signorina, invermigliandosi di nuovo a quella lode impetuosa. – Credo anch’io che sia un po’ diversa. Ma è innegabile che ho tratto partito dal disegno e che…
– Ma non se ne faccia scrupolo! – esclamò il Colli. – La sua idea è molto piú bella della mia, ed è sua! Del resto, la mia… chi sa di chi era!
La signorina Consalvi alzò le spalle e abbassò gli occhi.
– Se devo dire la verità, – interloquí la madre, scotendosi, – lascio fare la mia figliuola, ma a me l’idea non piace per nientissimo affatto.
– Mamma, ti prego… – ripeté la figlia; poi volgendosi al Pogliani, riprese: – Ora, ecco, io domandai consiglio al commendator Seralli, nostro buon amico…
– Che doveva fare da testimonio alle nozze, – aggiunse la madre, sospirando.
– E avendoci il commendatore fatto il nome di lei, – seguitò l’altra, – siamo venute per…
– No, no, scusi, signorina, – s’affrettò a dire il Pogliani. – Poiché ha trovato qua il mio amico…
– Oh fa’ il piacere! Non mi seccare! – proruppe il Colli, scrollandosi furiosamente e avviandosi per uscire.
Il Pogliani lo trattenne per un braccio, a viva forza.
– Scusa, guarda… se la signorina… non hai inteso? s’è rivolta a me perché ti sapeva fuori di Roma…
– Ma se ha cambiato tutto! – esclamò il Colli, divincolandosi. – Lasciami! Che c’entro piú io? È venuta qua da te! Scusi, signorina; scusi, signora, io le riverisco..
– Oh sai! – disse il Pogliani, risoluto, senza lasciarlo. – Io non lo faccio; non lo farai neanche tu, e non lo farà nessuno dei due…
– Ma, scusino… insieme? – propose allora la madre. – Non potrebbero insieme?
– Sono dolente d’aver cagionato… – si provò ad aggiungere la signorina.
– Ma no! – dissero a un tempo il Colli e il Pogliani.
Seguitò il Colli:
– Io non c’entro piú per nulla, signorina! E poi, guardi, non ho piú studio, non so piú concluder nulla, altro che di dire male parole a tutti quanti… Lei deve assolutamente costringere quest’imbecille qua…
– È inutile, sai? – disse il Pogliani. – O insieme, come propone la signora, o io non accetto.
– Permette, signorina? – fece allora il Colli, stendendo una mano verso il rotolo di carta ch’ella teneva accanto sul canapè. – Mi muojo dal desiderio di veder il suo disegno. Quando l’avrò veduto…
– Oh, non s’immagini nulla di straordinario, per carità! – premise la signorina Consalvi, svolgendo con le mani tremolanti il rotolo. – So tenere appena la matita… Ho buttato giú quattro segnacci, tanto per render l’idea… ecco…
– Vestita?! – esclamò subito il Colli, come se avesse ricevuto un urtone guardando il disegno.
– Come… vestita? – domandò, timida e ansiosa la signorina.
– Ma no, scusi! – riprese con calore il Colli. – Lei ha fatto la Vita in camicia… cioè, con la tunica, diciamo! Ma no, nuda, nuda, nuda! la Vita dev’esser nuda, signorina mia, che c’entra!
– Scusi, – disse con gli occhi bassi, la signorina Consalvi. – La prego di guardar piú attentamente.
– Ma sí, vedo, – replicò con maggior vivacità il Colli. – Lei ha voluto raffigurarsi qua, ha voluto fare il suo ritratto; ma lasciamo andare che Lei è molto piú bella; qua siamo nel campo… nel camposanto dell’arte, scusi! e questa vuol essere la Vita che si sposa alla Morte. Ora, se lo scheletro è panneggiato, la Vita dev’esser nuda, c’è poco da dire; tutta nuda e bellissima, signorina, per compensare col contrasto la presenza macabra dello scheletro involto! Nuda, Pogliani, non ti pare? Nuda, è vero, signora? Tutta nuda, signorina mia! Nudissima, dal capo alle piante! Creda pure che altrimenti, cosí, verrebbe una scena da ospedale: quello col lenzuolo, questa con l’accappatojo… Dobbiamo fare scultura, e non c’è ragioni che tengano!
– No, no, scusi, – disse la signorina Consalvi alzandosi con la madre. – Lei avrà forse ragione, dal lato dell’arte; non nego, ma io voglio dire qualche cosa, che soltanto cosí potrei esprimere. Facendo come vorrebbe Lei, dovrei rinunciarvi.
– Ma perché, scusi? perché Lei vede qua la sua persona e non il simbolo, ecco! Dire che sia bello, scusi, non si potrebbe dire…
E la signorina:
– Niente bello, lo so; ma appunto come dice lei, non il simbolo ho voluto rappresentare, ma la mia persona, il mio caso, la mia intenzione, e non potrei che cosí. Penso poi anche al luogo dove il monumento dovrà sorgere… Insomma, non potrei transigere.
Il Colli aprí le braccia e s’insaccò nelle spalle.
– Opinioni!
– O piuttosto, – corresse la signorina con un dolce, mestissimo sorriso, – un sentimento da rispettare!
Stabilirono che i due amici si sarebbero intesi per tutto il resto col commendator Seralli, e poco dopo la signora Consalvi e la figliuola in gramaglie tolsero commiato.
Ciro Colli – due passetti – trallarallèro trallarallà – girò sopra un calcagno e si fregò le mani.

Circa una settimana dopo, Costantino Pogliani si recò in casa Consalvi per invitar la signorina a qualche seduta per l’abbozzo della testa.
Dal commendator Seralli, amico molto intimo della signora Consalvi, aveva saputo che il Sorini, sopravvissuto tre giorni allo sciagurato incidente, aveva lasciato alla fidanzata tutta intera la cospicua fortuna ereditata dal padre, e che però quel monumento doveva esser fatto senza badare a spese.
Epuisé s’era dichiarato il commendator Seralli delle cure, dei pensieri, delle noje che gli eran diluviati da quella sciagura; noje, cure, pensieri, aggravati dal caratterino un po’… emporté, voilà, della signorina Consalvi, la quale, sí, poverina, meritava veramente compatimento; ma pareva, buon Dio, si compiacesse troppo nel rendersi piú grave la pena. Oh, uno choc orribile, chi diceva di no? un vero fulmine a ciel sereno! E tanto buono lui, il Sorini, poveretto! Anche un bel giovine, sí. E innamoratissimo! La avrebbe resa felice senza dubbio, quella figliuola. E forse per questo era morto.
Pareva anche fosse morto e fosse stato tanto buono per accrescer le noje del commendator Seralli.
Ma figurarsi che la signorina non aveva voluto disfarsi della casa, che egli, il fidanzato, aveva già messa sú di tutto punto: un vero nido, un joli rêve de luxe et de bien-être. Ella vi aveva portato tutto il suo bel corredo da sposa, e stava lí gran parte del giorno, a piangere, no; a straziarsi fantasticando intorno alla sua vita di sposina cosí miseramente stroncata… arrachée…
Difatti il Pogliani non trovò in casa la signorina Consalvi. La cameriera gli diede l’indirizzo della casa nuova, in via di Porta Pinciana. E Costantino Pogliani, andando, si mise a pensare all’angosciosa, amarissima voluttà che doveva provare quella povera sposina, già vedova prima che maritata, pascendosi nel sogno – lí quasi attuato – d’una vita che il destino non aveva voluto farle vivere.
Tutti quei mobili nuovi, scelti chi sa con quanta cura amorosa da entrambi gli sposini, e festivamente disposti in quella casa che tra pochi giorni doveva essere abitata, quante promesse chiudevano?
Riponi in uno stipetto un desiderio: àprilo: vi troverai un disinganno. Ma lí, no: tutti quegli oggetti avrebbero custodito, con le dolci lusinghe, i desiderii e le promesse e le speranze. E come dovevano esser crudeli gl’inviti che venivano alla sposina da quelle cose intatte attorno!
– In un giorno come questo! – sospirò Costantino Pogliani.
Si sentiva già nella limpida freschezza dell’aria l’alito della primavera imminente; e il primo tepore del sole inebriava.
Nella casa nuova, con le finestre aperte a quel sole, povera signorina Consalvi, chi sa che sogni e che strazio!
La trovò che disegnava, innanzi a un cavalletto, il ritratto del fidanzato. Con molta timidezza lo ritraeva ingrandito da una fotografia di piccolo formato, mentre la madre, per ingannare il tempo, leggeva un romanzo francese della biblioteca del commendator Seralli.
Veramente la signorina Consalvi avrebbe voluto star sola lí, in quel suo nido mancato. La presenza della madre la frastornava. Ma questa, temendo fra sé che la fanciulla, nell’esaltazione, si lasciasse andare a qualche atto di romantica disperazione, voleva seguirla e star lí, gonfiando in silenzio e sforzandosi di frenar gli sbuffi per quell’ostinato capriccio intollerabile.
Rimasta vedova giovanissima, senza assegnamenti, con quell’unica figliuola, la signora Consalvi non aveva potuto chiuder le porte alla vita e porvi il dolore per sentinella come ora pareva volesse fare la figliuola.
Non diceva già che Giulietta non dovesse piangere per quella sua sorte crudele; ma credeva, come il suo intimo amico commendator Seralli, credeva che… ecco, sí, ella esagerasse un po’ troppo e che, avvalendosi della ricchezza che il povero morto le aveva lasciata, volesse concedersi il lusso di quel cordoglio smodato. Conoscendo pur troppo le crude e odiose difficoltà dell’esistenza, le forche sotto alle quali ella, ancora addolorata per la morte del marito, era dovuta passare per campar la vita, le pareva molto facile quel cordoglio della figliuola; e le sue gravi esperienze glielo facevano stimare quasi una leggerezza scusabile, sí, certamente, ma a patto che non durasse troppo… – voilà, come diceva sempre il commendator Seralli.
Da savia donna, provata e sperimentata nel mondo, aveva già, piú d’una volta, cercato di richiamare alla giusta misura la figliuola – invano! Troppo fantastica, la sua Giulietta aveva, forse piú che il sentimento del proprio dolore, l’idea di esso. E questo era un gran guajo! Perché il sentimento, col tempo, si sarebbe per forza e senza dubbio affievolito, mentre l’idea no, l’idea s’era fissata e le faceva commettere certe stranezze come quella del monumento funerario con la Vita che si marita alla Morte (bel matrimonio!) e quest’altra qua della casa nuziale da serbare intatta per custodirvi il sogno quasi attuato d’una vita non potuta vivere.
Fu molto grata la signora Consalvi al Pogliani di quella visita.
Le finestre erano aperte veramente al sole, e la magnifica pineta di Villa Borghese, sopra l’abbagliamento della luce che pareva stagnasse su i vasti prati verdi, sorgeva alta e respirava felice nel tenero limpidissimo azzurro del cielo primaverile.
Subito la signorina Consalvi accennò di nascondere il disegno, alzandosi; ma il Pogliani la trattenne con dolce violenza.
– Perché? Non vuol lasciarmi vedere?
– È appena cominciato…
– Ma cominciato benissimo! – esclamò egli, chinandosi a osservare. – Ah, benissimo… Lui, è vero? il Sorini… Già, ora mi pare di ricordarmi bene, guardando il ritratto. Sí, sí… L’ho conosciuto… Ma aveva questa barbetta?
– No, – s’affrettò a rispondere la signorina. – Non l’aveva piú ultimamente.
– Ecco, mi pareva… Bel giovine, bel giovine…
– Non so come fare, – riprese la signorina. – Perché questo ritratto non risponde… non è piú veramente l’immagine che ho di lui, in me.
– Eh sí, – riconobbe subito il Pogliani, – meglio, lui, molto piú… piú animato, ecco… piú sveglio, direi…
– Se l’era fatto in America, codesto ritratto, – osservò la madre, – prima che si fidanzassero, naturalmente…
– E non ne ho altri! – sospirò la signorina. – Guardi: chiudo gli occhi, cosí, e lo vedo preciso com’era ultimamente; ma appena mi metto a ritrarlo, non lo vedo piú: guardo allora il ritratto, e lí mi pare che sia lui, vivo. Mi provo a disegnare, e non lo ritrovo piú in questi lineamenti. È una disperazione!
– Ma guarda, Giulia, – riprese allora la madre, con gli occhi fissi sul Pogliani, – tu dicevi la linea del mento, volendo levare la barba… Non ti pare che qua nel mento, il signor Pogliani…
Questi arrossí, sorrise. Quasi senza volerlo, alzò il mento, lo presentò; come se con due dita, delicatamente, la signorina glielo dovesse prendere per metterlo lí, nel ritratto del Sorini.
La signorina levò appena gli occhi a guardarglielo, timida e turbata. (Non aveva proprio alcun riguardo per il suo lutto, la madre!)
– E anche i baffi, oh! Guarda!… – aggiunse la signora Consalvi, senza farlo apposta. – Li portava cosí ultimamente il povero Giulio, non ti pare?
– Ma i baffi, – disse, urtata, la signorina, – che vuoi che siano? Non ci vuol niente a farli!
Costantino Pogliani, istintivamente, se li toccò. Sorrise di nuovo. Confermò:
– Niente, già…
S’accostò quindi al cavalletto e disse:
– Guardi, se mi permette… vorrei farle vedere, signorina… Cosí, in due tratti, qua… non s’incomodi, per carità! qua in quest’angolo… (poi si cancella)… com’io ricordo il povero Sorini.
Sedette e si mise a schizzare, con l’ajuto della fotografia, la testa del fidanzato, mentre dalle labbra della signorina Consalvi, che seguiva i rapidi tocchi con crescente esultanza di tutta l’anima protesa e spirante, scattavano di tratto in tratto certi sí… sí… sí…. che animavano e quasi guidavano la matita. Alla fine, non poté piú trattenere la propria commozione:
– Sí, oh guarda, mamma… è lui… preciso… oh, lasci… grazie… Che felicità, poter cosí… è perfetto… è perfetto…
– Un po’ di pratica, – disse, levandosi, il Pogliani, con umiltà che lasciava trasparire il piacere per quelle vivissime lodi.
– E poi, le dico, lo ricordo tanto bene, povero Sorini…
La signorina Consalvi rimase a rimirare il disegno, insaziabilmente.
– Il mento, sí… è questo… preciso… Grazie, grazie…
In quel punto il ritrattino del Sorini che serviva da modello, scivolò dal cavalletto, e la signorina, ancora tutta ammirata nello schizzo del Pogliani, non si chinò a raccoglierlo.
Lí per terra, quell’immagine già un po’ sbiadita apparve piú che mai malinconica, come se comprendesse che non si sarebbe rialzata mai piú.
Ma si chinò a raccoglierla il Pogliani, cavallerescamente.
– Grazie, – gli disse la signorina. – Ma io adesso mi servirò del suo disegno, sa? Non lo guarderò piú, questo brutto ritratto.
E d’improvviso, levando gli occhi, le sembrò che la stanza fosse piú luminosa. Come se quello scatto d’ammirazione le avesse a un tratto snebbiato il petto da tanto tempo oppresso, aspirò con ebbrezza, bevve con l’anima quella luce ilare viva, che entrava dall’ampia finestra aperta all’incantevole spettacolo della magnifica villa avvolta nel fascino primaverile.
Fu un attimo. La signorina Consalvi non poté spiegarsi che cosa veramente fosse avvenuto in lei. Ebbe l’impressione improvvisa di sentirsi come nuova fra tutte quelle cose nuove attorno. Nuova e libera; senza piú l’incubo che l’aveva soffocata fino a poc’anzi. Un alito, qualche cosa era entrata con impeto da quella finestra a sommuovere tumultuosamente in lei tutti i sentimenti, a infondere quasi un brillío di vita in tutti quegli oggetti nuovi, a cui ella aveva voluto appunto negar la vita, lasciandoli intatti lí, come a vegliare con lei la morte d’un sogno.
E, udendo il giovane elegantissimo scultore con dolce voce lodare la bellezza di quella vista e della casa, conversando con la madre che lo invitava a veder le altre stanze, seguí l’uno e l’altra con uno strano turbamento, come se quel giovine, quell’estraneo, stesse davvero per penetrare in quel suo sogno morto, per rianimarlo.
Fu cosí forte questa nuova impressione, che non poté varcar la soglia della camera da letto; e vedendo il giovine e la madre scambiarsi lí un mesto sguardo di intelligenza, non poté piú reggere; scoppiò in singhiozzi.
E pianse, sí, pianse ancora per la stessa cagione per cui tante altre volte aveva pianto; ma avvertí confusamente che, tuttavia, quel pianto era diverso, che il suono di quei suoi singhiozzi non le destava dentro l’eco del dolore antico, le immagini che prima le si presentavano. E meglio lo avvertí, allorché la madre accorsa prese a confortarla come tant’altre volte la aveva confortata, usando le stesse parole, le stesse esortazioni. Non poté tollerarle; fece un violento sforzo su se stessa; smise di piangere; e fu grata al giovine che, per distrarla, la pregava di fargli vedere la cartella dei disegni scorta lí su una sedia a libriccino.
Lodi, lodi misurate e sincere, e appunti, osservazioni, domande, che la indussero a spiegare, a discutere; e infine un’esortazione calda a studiare, a seguir con fervore quella sua disposizione all’arte, veramente non comune. Sarebbe stato un peccato! un vero peccato! Non s’era mai provata a trattare i colori? Mai, mai? Perché? Oh, non ci sarebbe mica voluto molto con quella preparazione, con quella passione…
Costantino Pogliani si profferse d’iniziarla; la signorina Consalvi accettò; e le lezioni cominciarono il giorno appresso, lí, nella casa nuova, che invitava ed attendeva.

Non piú di due mesi dopo, nello studio del Pogliani, ingombro già d’un colossale monumento funerario tutto abbozzato alla brava, Ciro Colli, sdrajato sul canapè col vecchio camice di tela stretto alle gambe, fumava la pipa e teneva uno strano discorso allo scheletro, fissato diritto su la predellina nera, che s’era fatto prestare per modello da un suo amico dottore.
Gli aveva posato un po’ a sghembo sul teschio il suo berretto di carta; e lo scheletro pareva un fantaccino su l’attenti, ad ascoltar la lezione che Ciro Colli, scultore-caporale, tra uno sbuffo e l’altro di fumo gl’impartiva:
– E tu perché te ne sei andato a caccia? Vedi come ti sei conciato, caro mio? Brutto… le gambe secche… tutto secco… Diciamo la verità, ti pare che codesto matrimonio si possa combinare? La vita, caro… guardala là, ma eh! che tocco di figliolona senza risparmio m’è uscita dalle mani! Ti puoi sul serio lusingare che quella lí ti voglia sposare? Ti s’è accostata, timida e dimessa; lagrime giú a fontana… ma mica per ricevere l’anello nuziale… levatelo dal capo! Spèndola, caro, spèndola giú la borsa… Gliel’hai data? E ora che vuoi da me? Inutile dire, se me lo credevo! Povero mondo e chi ci crede! S’è messa a studiar pittura, la Vita, e il suo maestro sai chi è? Costantino Pogliani. Scherzo che passa la parte, diciamo la verità. Se fossi in te, caro mio, lo sfiderei. Hai sentito stamane? Ordine positivo: non vuole, mi pro-i-bi-sce assolutamente che io la faccia nuda. Eppure lui, per quanto somaro, scultore è, e sa bene che per vestirla bisogna prima farla nuda… Ma te lo spiego io il fatto com’è: non vuole che si veda su quel nudo là meraviglioso il volto della sua signorina… è salito lassú, hai visto? su tutte le furie, e con due colpi di stecca, taf! taf! me l’ha tutto guastato… sai dirmi perché, fantaccino mio? Gli ho gridato: "Lascia! Te la vesto subito! Te la vesto!". Ma che vestire! Nuda la vogliono ora… la Vita nuda, nuda e cruda com’è, caro mio! sono tornati al mio primo disegno, al simbolo: via il ritratto! Tu che ghermisci, bello mio, e lei che non ne vuol sapere… Ma perché te ne sei andato a caccia? me lo dici?

 

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LUIGI PIRANDELLO

 

“L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA”

 

C’è una disperazione tutta carnale nell’Uomo dal fiore in bocca; ma così spaventosa, così inconsolabile, da toccare, per un’altra strada, il soprannaturale. Il fondamentale squilibrio tra un’intelligenza così alta e lo spirito; o, se vogliamo dire diversamente, la insufficienza di quell’intelletto ad intendere bene quel che non fosse sensibile e razionale, dovevano dare i frutti più dovizioci, ogni volta che Pirandello toccava i temi fondamentali della vita dell’uomo. Quando egli batteva alle porte dell’ingiustizia, del male, del dolore, della morte, e, giunto là, non sa capire e spiegare il perché; né una certezza morale d’ordine nell’apparente disordine lo soccorre; allora egli si leva a volo. L’artista che dubita del mistero, spalanca agli altri le porte del mistero.

Nel suo trattato filosofico “Del sentimento tragico della vita” (1913) Miguel De Unamuno  affermava che l’essenza dell’uomo consiste nell’anelito all’indefinita conservazione di se stesso. L’uomo pirandelliano,  pur non sapendo il come e il quando, è invece un essere braccato dalla morte, che se la porta addosso come un insetto schifoso, invisibile, ma reale. Ma cosa succede quando l’uomo sa che quest’evento, ormai certo, è ravvicinato? 

La risposta ci può venire soltanto dalle parole del Premio Nobel nella novella Caffè notturno (1918), successivamente intitolata La morte addosso (1923) e con poche varianti diventata “dialogo” in un atto L’uomo dal fiore in bocca (1923), uno dei capolavori, forse il più rappresentato in tutto il mondo, un dramma con tanti interrogativi sempre attuali.

 
L

LA MORTE ADDOSSO

 

Pirandello al lavoro– Ah, lo volevo dire! Lei dunque un uomo pacifico è… Ha perduto il treno?

– Per un minuto, sa? Arrivo alla stazione, e me lo vedo scappare davanti.

– Poteva corrergli dietro!

– Già. È da ridere, lo so. Bastava, santo Dio, che non avessi tutti quegl’impicci di pacchi, pacchetti, pacchettini… Piú carico d’un somaro! Ma le donne – commissioni… commissioni… – non la finiscono piú! Tre minuti, creda, appena sceso dalla vettura, per dispormi i nodini di tutti quei pacchetti alle dita: due pacchetti per ogni dito.

– Doveva esser bello… Sa che avrei fatto io? Li avrei lasciati nella vettura.

– E mia moglie? Ah sí! E le mie figliuole? E tutte le loro amiche?

– Strillare! Mi ci sarei spassato un mondo.

– Perché lei forse non sa che cosa diventano le donne in villeggiatura!

– Ma sí che lo so! Appunto perché lo so. Dicono tutte che non avranno bisogno di niente.

– Questo soltanto? Capaci anche di sostenere che ci vanno per risparmiare! Poi, appena arrivano in un paesello qua dei dintorni, piú brutto è, piú misero e lercio, e piú imbizzariscono a pararlo con tutte le loro galenterie piú vistose! Eh, le donne, caro signore! Ma del resto, è la loro professione… – «Se tu facessi una capatina in città, caro! Avrei proprio bisogno di questo… di quest’altro… e potresti anche, se non ti secca (caro, il se non ti secca)… e poi, giacché ci sei, passando di là...» – Ma come vuoi, cara mia, che in tre ore ti sbrighi tutte codeste faccende? – «Uh, ma che dici? Prendendo una vettura…» – Il guajo è, capisce?, che dovendo trattenermi tre ore sole, sono venuto senza le chiavi di casa.

– Oh bella! E perciò…

– Ho lasciato tutto quel monte di pacchi e pacchetti in deposito alla stazione; me ne sono andato a cenare in una trattoria, poi per farmi svaporar la stizza, a teatro. Si crepava dal caldo. All’uscita, dico, che faccio? Andarmene a dormire in un albergo? Sono già le dodici; alle quattro prendo il primo treno; per tre orette di sonno, non vale la spesa. E me ne sono venuto qua. Questo caffè non chiude, è vero?

Pirandello al lavoro– Non chiude, nossignore. E cosí, ha lasciato tutti quei pacchetti in deposito alla stazione?

– Perché? Non sono sicuri? Erano tutti ben legati…

– No no, non dico! Eh, ben legati, me l’immagino, con quell’arte speciale che mettono i giovani di negozio nell’involtare la roba venduta… Che mani! Un bel foglio grande di carta doppia, rosea, levigata… ch’è per sé stessa un piacere a vederla… cosí liscia, che uno ci metterebbe la faccia per sentirne la fresca carezza… La stendono sul banco e poi, con garbo disinvolto, vi collocano su, in mezzo, la stoffa lieve, ben ripiegata. Levano prima da sotto, col dorso della mano, un lembo; poi, da sopra, vi abbassano l’altro e ci fanno anche, con svelta grazia, una rimboccaturina, come un di piú, per amore dell’arte; poi ripiegano da un lato e dall’altro a triangolo e cacciano sotto le due punte, allungano una mano alla scatola dello spago; tirano per farne scorrere quanto basta a legar l’involto, e legano cosí rapidamente, che lei non ha neanche il tempo d’ammirar la loro bravura, che già si vede presentare il pacco col cappio pronto a introdurvi il dito.

– Eh, si vede che lei ha prestato molta attenzione ai giovani di negozio…

– lo? Caro signore, giornate intere ci passo. Sono capace di stare anche un’ora fermo a guardare dentro una bottega, attraverso la vetrina. Mi ci dimentico. Mi sembra d’essere, vorrei essere veramente quella stoffa là di seta… quel bordatino… quel nastro rosso o celeste che le giovani di merceria, dopo averlo misurato sul metro, ha visto come fanno? se lo raccolgono a numero otto intorno al pollice e al mignolo della mano sinistra, prima d’incartarlo… Guardo il cliente o la cliente che escono dalla bottega con l’involto o appeso al dito o in mano o sotto il braccio… li seguo con gli occhi, finché non li perdo di vista… immaginando… – uh, quante cose immagino! lei non può farsene un’idea. Ma mi serve. Mi serve questo.

– Le serve? Scusi… che cosa?

– Attaccarmi cosí, dico con l’immaginazione… attaccarmi alla vita, come un rampicante attorno alle sbarre d’una cancellata. Ah, non lasciarla mai posare un momento l’immaginazione… aderire, aderire con essa, continuamente, alla vita degli altri… ma non della gente che conosco. No! no! A quella non potrei! Ne provo un fastidio, se sapesse… una nausea… Alla vita degli estranei, intorno ai quali la mia immaginazione può lavorare liberamente, ma non a capriccio, anzi tenendo conto delle minime apparenze scoperte in questo e in quello. E sapesse quanto e come lavora! fino a quanto riesco ad addentrarmi! Vedo la casa di questo e di quello, ci vivo, ci respiro, fino ad avvertire.. sa quel particolare alito che cova in ogni casa? nella sua, nella mia… Ma nella nostra, noi, non l’avvertiamo piú perché è l’alito stesso della nostra vita, mi spiego? Eh, vedo che lei dice di sí…

– Sí, perché… dico, dev’essere un bel piacere, questo che lei prova, immaginando tante cose…

– Piacere? io?

– Già… mi figuro…

– Ma che piacere! Mi dica un po’. È stato mai a consulto da qualche medico bravo?

– Io no, perché? Non sono mica malato!

– No! no! Glielo domando per sapere se ha mai veduto in casa di questi medici bravi la sala dove i clienti stanno ad aspettare il loro turno per esser visitati.

– Ah, sí… mi toccò una volta accompagnare una mia figliuola che soffriva di nervi.

– Bene. Non voglio sapere. Dico, quelle sale… Ci ha fatto attenzione? Quei divani di stoffa scura, di foggia antica… quelle seggiole imbottite, spesso scompagne… quelle poltroncine… È roba comprata di combinazione, roba di rivendita, messa lí per i clienti; non appartiene mica alla casa. Il signor dottore ha per sé, per le amiche della sua signora, un ben altro salotto, ricco, splendido. Chi sa come striderebbe qualche seggiola, qualche poltroncina di quel salotto portata qua nella sala dei clienti, a cui basta quell’arredo cosí, alla buona. Vorrei sapere se lei, quando andò per la sua figliuola, guardò attentamente la poltrona o la seggiola su cui stette seduto, aspettando.

– Io no, veramente…

Pirandello al lavoro– Eh già, perché lei non era malato… Ma neanche i malati spesso ci badano, compresi come sono del loro male. Eppure, quante volte certuni stan lí intenti a guardarsi il dito che fa segni vani sul bracciuolo lustro di quella poltrona su cui stan seduti! Pensano e non vedono. Ma che effetto fa, quando poi si esce dalla visita, riattraversando la sala, il riveder la seggiola su cui poc’anzi, in attesa della sentenza sul nostro male ancora ignoto, stavamo seduti! Ritrovarla occupata da un altro cliente, anch’esso col suo male nascosto; o là, vuota, impassibile, in attesa che un altro qualsiasi venga a occuparla… Ma che dicevamo? Ah, già… il piacere dell’immaginazione… Chi sa perché, ho pensato subito a una seggiola di queste sale di melici, dove i clienti stanno in attesa del consulto…

 – Già… veramente..

– Non capisce? Neanche io. Ma è che certi richiami di immagini, tra loro lontane, sono cosí particolari a ciascuno di noi, e determinati da ragioni ed esperienze cosí singolari, che l’uno non intenderebbe piú l’altro se, parlando, non ci vietassimo di farne uso. Niente di piú illogico, spesso, di queste analogie. Ma la relazione, forse, può esser questa, guardi: – Avrebbero piacere quelle seggiole d’immaginare chi sia il cliente che viene a seder su loro in attesa del consulto? che male covi dentro? dove andrà, che farà dopo la visita? – Nessun piacere. E cosí io: nessuno! Vengono tanti clienti, ed esse sono là, povere seggiole, per essere occupate. Ebbene, è anche un’occupazione simile la mia. Ora mi occupa questo, ora quello. In questo momento mi sta occupando lei, e creda che non provo nessun piacere del treno che ha perduto, della famiglia che l’aspetta in villeggiatura, di tutti i fastidii che posso supporre in lei…

– Uh, tanti, sa!

– Ringrazii Dio, se sono fastidii soltanto. C’è chi ha di peggio, caro signore. Io le dico che ho bisogno d’attaccarmi con l’immaginazione alla vita altrui, ma cosí, senza piacere, senza punto interessarmene, anzi… anzi… per sentirne il fastidio, per giudicarla sciocca e vana, la vita, cosicché veramente non debba importare a nessuno di finirla. E questo è da dimostrare bene, sa? con prove ed esempii continui a noi stessi, implacabilmente. Perché, caro signore, non sappiamo da che cosa sia fatto, ma c’è, c’è, ce lo sentiamo tutti qua, come un’angoscia nella gola, il gusto della vita, che non si soddisfa mai, che non si può mai soddisfare, perché la vita, nell’atto stesso che la vi viviamo, è cosí sempre ingorda di sé stessa, che non si lascia assaporare. Il sapore è nel passato, che ci rimane vivo dentro. Il gusto della vita ci viene di là, dai ricordi che ci tengono legati. Ma legati a che cosa? A questa sciocchezza qua… a queste noje… a tante stupide illusioni… insulse occupazioni… Sí, sí. Questa che ora qua è una sciocchezza… questa che ora qua è una noja… e arrivo finanche a dire questa che ora è per noi una sventura, una vera sventura… sissignori, a distanza di quattro, cinque, dieci anni, chi sa che sapore acquisterà… che gusto, queste lagrime… E la vita, perdio, al solo pensiero di perderla… specialmente quando si sa che è questione di giorni… – Ecco… vede là? dico là, a quel cantone… vede quell’ombra malinconica di donna? Ecco, s’è nascosta!

– Come? Chi… chi è che…? – Non l’ha vista? S’è nascosta…

– Una donna?

– Mia moglie, già…

– Ah! la sua signora?

Pirandello al lavoro– Mi sorveglia da lontano. E mi verrebbe, creda, d’andarla a prendere a calci. Ma sarebbe inutile. È come una di quelle cagne sperdute, ostinate, che piú lei le prendi a calci, e piú le si attaccano alle calcagna. Ciò che quella donna sta soffrendo per me, lei non se lo può immaginare Non mangia, non dorme piú… Mi viene appresso, giorno e notte, cosí… a distanza… E si curasse almeno di spolverarsi quella ciabatta che tiene in capo, gli abiti… Non pare piú una donna, ma uno strofinaccio. Le si sono impolverate per sempre anche i capelli, qua sulle tempie; ed ha appena trentaquattro anni. Mi fa una stizza, che lei non può credere. Le salto addosso, certe volte, le grido in faccia «Stupida!» scrollandola. Si piglia tutto. Resta lí a guardarmi con certi occhi… con certi occhi che, le giuro, mi fa venire qua alle dita una selvaggia voglia di strozzarla. Niente. Aspetta che mi allontani per rimettersi a seguirmi – Ecco, guardi… sporge di nuovo il capo dal cantone…

– Povera signora…

– Ma che povera signora! Vorrebbe, capisce? ch’io me ne stessi a casa, mi mettessi là fermo placido, come vuol lei, a prendermi tutte le sue piú amorose e sviscerate cure… a goder dell’ordine perfetto di tutte le stanze, della lindura di tutti i mobili, di quel silenzio di specchio che c’era prima in casa mia, misurato dal tic-tac della pendola nel salotto da pranzo… Questo vorrebbe! Io domando ora a lei, per farle intendere l’assurdità… ma no, che dico l’assurdità! la macabra ferocia di questa pretesa, le domando se crede possibile che le case d’Avezzano, le case di Messina, sapendo del terremoto che di lí a poco le avrebbe sconquassate, avrebbero potuto starsene lí tranquille, sotto la luna, ordinate in fila lungo le strade e le piazze, obbedienti al piano regolatore della commissione edilizia municipale? Case, perdio, di pietra e travi, se ne sarebbero scappate! Immagini i cittadini d’Avezzano, cittadini di Messina, spogliarsi tranquilli per mettersi a letto, ripiegare gli abiti, metter le scarpe fuori dell’uscio, e cacciandosi sotto le coperte godere del candor fresco delle lenzuola di bucato, con la coscienza che fra poche ore sarebbero morti… Le sembra possibile?

– Ma forse la sua signora…

– Mi lasci dire! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegl’insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso… Lei passa per via; un altro passante, all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese, le dice: «Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso». E con quelle due dita protese, gliela piglia e gliela butta via… Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l’hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano intanto tranquilli a ciò che faranno domani o doman l’altro. Ora io, Lcaro signore, ecco… venga qua… qua, sotto questo lampione… venga… le faccio vedere una cosa… Guardi qua, sotto questo baffo… qua, vede che bel tubero violaceo? Sa come si chiama questo? Ah, un nome dolcissimo… piú dolce d’una caramella: Epitelioma, si chiama. Pronunzii, pronunzii… sentirà che dolcezza: epiteli-o-ma… La morte, capisce? è passata. M’ha ficcato questo fiore in bocca e m’ha detto: «Tientelo, caro: ripasserò fra otto o dieci mesi!». Ora mi dica lei, se, con questo fiore in bocca, io me ne posso stare a casa tranquillo e alieno, come quella disgraziata vorrebbe. Le grido: «Ah sí, e vuoi che ti baci?» – «Sí, baciami!» – Ma sa che ha fatto? Con uno spillo, l’altra settimana s’è fatto uno sgraffio qua, sul labbro, e poi m’ha preso la testa: mi voleva baciare… baciare in bocca… Perché dice che vuol morire con me. È pazza. A casa io non ci sto. Ho bisogno di starmene dietro le vetrine delle botteghe, io ad ammirare la bravura dei giovani di negozio. Perché lei lo capisce, se mi si fa un momento di vuoto dentro.. lei lo capisce, posso anche ammazzare come niente tutta la vita in uno che non conosco… cavare la rivoltella e ammazzare uno che, come lei, per disgrazia, abbia perduto il treno… No no, non tema, caro signore: io scherzo! – Me ne vado. Ammazzerei me, se mai… Ma ci sono, di questi giorni, certe buone albicocche… Come le mangia lei? con tutta la buccia, è vero? Si spaccano a metà: si premono con due dita, per lungo, come due labbra succhiose… Ah che delizia! – Mi ossequi la sua egregia signora e anche le sue figliuole in villeggiatura. Me le immagino vestite di bianco e celeste, in un bel prato verde in ombra… E mi faccia un piacere, domattina, quando arriverà. Mi figuro che il paesello disterà un poco dalla stazione… All’alba lei può far la strada a piedi. Il primo cespuglietto d’erba su la proda. Ne conti i fili per me. Quanti fili saranno tanti giorni ancora io vivrò. Ma lo scelga bello grosso, mi raccomando. Buona notte, caro signore.

 

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65^ SAGRA DEL MANDORLO IN FIORE

FOLKLORE E PRIMAVERA ANTICIPATA

AD AGRIGENTO

 

Pirandello al tempio della Concordia

Con l’accensione del Tripode, la Fiaccolata dell’Amicizia e la prima sfilata dei gruppi folkloristici di tutte le parti del mondo, si è aperta ad Agrigento la 65^ Sagra del Mandorlo in fiore e il 55° Festival Internazionale del Folklore.

 

Una kermesse che è partita all’insegna del bel tempo, come avviene ormai da tanti anni ad Agrigento, mentre, in tante parti dell’Isola e nel resto dell’Italia, il gelo e il freddo la fanno da padroni. E il vero spettacolo che si rinnova ogni anno è la magnifica Valle dei Templi con i suoi mandorli completamente fioriti.

 


Uno spettacolo nello spettacolo è la Kolymbethra (dal greco, piscina) che si trova presso l’estremità occidentale della Collina dei Templi, all’interno di un taglio naturale che divide l’area del Santuario delle Divinità Ctonie dal Tempio di Vulcano.

 

Luigi Pirandello«… L’antica famosa Colimbetra akragantina era veramente molto più giù, nel punto più basso del pianoro, dove tre vallette si uniscono e le rocce si dividono e la linea dell’aspro ciglione, su cui sorgono i Tempii, è interrotta da una larga apertura. In quel luogo, ora detto dell’Abbadia bassa, gli Akragantini, cento anni dopo la fondazione della loro città, avevano formato la peschiera, gran bacino d’acqua che si estendeva fino all’Hipsas e la cui diga concorreva col fiume alla fortificazione della città…»  (Luigi Pirandello, I vecchi e i giovani)

 

Attualmente la Kolymbethra è un grandioso giardino di cinque ettari con alberi (ulivi, mandorli) e piante appartenenti alla macchia  mediterranea (mirto, lentisco, terebinto, euforbia, ginestra) e un ampio agrumeto con limoni, mandarini, aranci. Il giardino è stato affidato al FAI, che ne ha reso visitabili i suggestivi sentieri nella natura e che organizza, soprattutto d’estate, spettacoli serali di musica e teatro, nonché degustazioni di prodotti tipici.